[Diapason] meglio streghe che strateghe

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Sun Jun 24 14:23:53 PDT 2018


https://roundrobin.info/2018/06/meglio-streghe-che-strateghe/

A quanto pare il femminismo militante sta tornando in auge. Sulla
carta, perlomeno. Fosse avvenuto alcuni anni fa, avrebbe magari fatto
da profilassi o almeno da antidoto a quella putredine di movimento che
ci ha avvelenato prima con un opuscolo contro l’aborto (scritto da una
donna e pubblicato da una casa editrice anarchica) e poi con uno stupro
di gruppo (all’interno di una sede antifascista), secrezioni che hanno
conosciuto entrambe l’indifferenza attiva di più kompagni e kompagne.
Comparendo solo oggi, si limita per ora a lasciar intendere di fare
domani ciò che non si è stati in grado di fare ieri. Quando
l’intenzione è buona, la coscienza è salva. Ma l’intenzione, è davvero
buona? Me lo domando. Ho davanti agli occhi un manifestino affisso in
alcune città italiane per mettere alla gogna uno stupratore. Ci vedo
sopra il suo nome, il suo volto e il marchio dell’infamia. Nient’altro,
non un accenno di spiegazione. Dietro invece ci vedo come minimo
un’ammissione di debolezza. Non capisco, forse preferisco non capire.
Ma non posso fare a meno di domandarmi cosa si sia diventati per far
pesare su uno stupratore non la folgore della verità, ma l’ombra del
sospetto. In un deserto di consapevolezza, un nome e un volto
basteranno al risentimento per aizzare il branco. Ma l’odio vuole le
sue ragioni. E pazienza se superano i 140 caratteri. Piuttosto, supera
quasi le 300 pagine il nuovo libro uscito da poco, quello sulle Rote
Zora, al cui interno non ho dubbi di trovare le ragioni dell’ostilità
verso chi sfrutta, umilia, molesta, stupra le donne. Qui, fra le parole
e le pratiche di quel vecchio gruppo tedesco di donne arrabbiate, donne
che per una ventina d’anni reagirono a mano armata contro
l’oppressione. Non erano anarchiche? Poco importa! Non è stata certo la
mancanza di slogan o simboli libertari sui loro volantini ad impedire
alla rivista Anarchismo, cui ho dato anche il mio contribuito, di
tradurre e pubblicare qui in Italia, nel lontano 1985, prima un loro
comunicato e poi la loro nota intervista «La resistenza è possibile».
Era più che sufficiente il fatto che le Rote Zora si distinguessero,
sia nella scelta del nome che nello stile dei comunicati, dai lugubri
ritornelli degli aspiranti dittatori del e sul proletariato. Al di là
delle ovvie divergenze, la loro è stata un’esperienza meritevole
d’essere conosciuta e ricca di spunti interessanti su cui riflettere.
Non caddero nella tentazione — assai forte in quegli anni —
dell’organizzazione verticistica con tanto di specializzazione armata.
Non fecero della clandestinità una norma rivoluzionaria. Non si
separarono dalle lotte sociali. Non fecero del patriarcato né il loro
unico nemico, né lo spauracchio da sostituire. In un periodo di
riflusso, paura e desistenza, proposero e praticarono l’attacco
diffuso. Mentre apro il libro, affiorano piacevoli ricordi. Mi areno
però al termine dell’introduzione di questo libro, desolata, incupita,
in preda alla medesima domanda: è davvero buona l’intenzione? Oppure
quest’ultimo titolo su un vecchio gruppo di lotta armata buono per
tutti i palati (nell’editoria della composizione vanno bene i Gruppi
Autonomi spagnoli, vanno bene i Gari, vanno bene le Rote Zora, manca la
George Jackson Brigade dalla doppia anima autoritaria e
anti-autoritaria — ma prima o poi, ne sono certa, arriverà anche il suo
turno) è solo il pretesto per infliggerci l’ennesima «narrazione»
cretinizzante condita con espressioni prese a prestito dal pensiero
accademico post-qualcosista? Qui, ed è la gran bella novità di cui
davvero non si avvertiva la mancanza, non si sollevano solo gli
spifferi dell’ideologia rivoluzionaria autoritaria, ma pure il
mulinello del fondamentalismo femminista anti-eterosessuale. Povere
Rote Zora, non se lo meritavano… Altri ricordi, meno piacevoli, mi
tornano ora alla mente. Nella seconda metà degli anni 70 il femminismo
“storico” — nonostante mi ci fossi pure impegnata, con tanto di
partecipazione ad incontri di autocoscienza collettiva, manifestazioni
separatiste e quant’altro — non ci aveva messo molto ad annoiarmi ed
irritarmi a morte. Trovavo disgustoso il suo palese collaborazionismo
di genere (la sorellanza secondo cui bisognava accettare al proprio
fianco e confrontarsi rispettosamente con qualsiasi carogna purché
vaginodotata) e ridicolo il suo malcelato integralismo di genere
(secondo cui ogni contatto con un uomo rende impure). L’aria fra le
femministe dell’Autonomia era molto più respirabile, ma anche lì era
viziata da un equivoco di fondo che ritengo abbia avuto un peso nel
legare strettamente il femminismo al carro della sinistra, moderata o
estrema: pensare che il problema dell’autoritarismo consista in chi lo
esercita (nella sua appartenenza di classe o di genere), anziché nel
potere in sé. Non sono mai stata d’accordo. Così come è il potere di
classe in sé a dover essere distrutto (lo Stato borghese non va certo
sostituito con quello operaio), allo stesso modo è il potere di genere
in sé a dover essere distrutto (il patriarcato non deve affatto essere
sostituito con qualsiasi altro “arcato”, matriarcato in testa). So bene
che gran parte degli uomini sono dei veri pezzi di merda ma, se è per
questo, so pure che gran parte delle donne sono delle perfette stronze.
Questo perché siamo tutte e tutti modellate e plasmati dall’ordine
dominante, che ci insegna e ci obbliga a rispettare le sue leggi, le
sue norme, i suoi ruoli, e ad identificarci nei suoi stereotipi. Per me
la liberazione è un divenire che comincia con la diserzione da queste
imposizioni, col loro rifiuto, non con la loro inversione o con il loro
attraversamento. Ai miei occhi la miseria del femminismo 3.0 consiste
proprio nel sostenere il dovere di questa inversione e questo
attraversamento. Poiché la maggioranza degli uomini e delle donne non
lo assolvono, vengono additati colpevoli di eterosessualità —
considerata un immobilismo affettivo e carnale sintomo di complicità
con l’oppressione — ed in quanto tali esclusi dalla vera liberazione
sessuale che diventa così appannaggio delle sole minoranze sessuali (e
nemmeno di tutte, sia chiaro, giacché certe “perversioni”
sgualcirebbero la rispettabilità della causa LGBT). Tralascio ridicole
pretese come quella di conoscere i segreti dell’alcova altrui, riflesso
dell’interiorizzazione della fine della riservatezza (a sua volta
frutto della perenne condivisione online della propria vita, imposta
via via dal dominio tecnologico), o come quella di ritenere che
l’inclinazione sessuale sia di per sé significativa di qualcosa. Ma se
già è inaccettabile che la maggioranza quantitativa di una inclinazione
sessuale venga eletta a norma, decretando così l’aberrazione
qualitativa delle minoranze, lo è altrettanto il puerile espediente
difensivo messo in atto da queste minoranze: fare dell’appartenenza
alla maggioranza una colpa oggettiva. Al largo, più al largo possibile
dal demenziale delirio di una guerra civil-sessuale, dove l’astio per
gli «sporchi omosessuali» fomenta l’astio per gli «sporchi
eterosessuali», la diserzione dai ruoli si offre alla portata di ogni
singolo individuo quale che sia il suo cromosoma, la fonte del suo
piacere ed il nome del suo amore. Ma mi rendo conto che si tratta di
una aspirazione mia e di pochi altri esseri umani. Non mi pare sia la
stessa di chi ha curato questa antologia delle Rote Zora. Prima riga
dell’introduzione: «Rote Zora è una rete di gruppi composta da donne e
lesbiche che ha portato…». Stropiccio gli occhi, convinta ingenuamente
che si tratti di un refuso. No, non lo è, dato che verrà ripetuto fino
allo sfinimento ovunque possibile. Donne e lesbiche? Quindi le
lesbiche… non sono donne! Non conoscevo questa interpretazione (presumo
ereditata da Monique Wittig, teorica femminista lesbica francese
accasciatasi appena ha potuto sulle cattedre statunitensi), forse
introdotta dopo la mia breve esperienza nel circuito femminista, ma
trovo che presenti due aspetti alquanto discutibili. Il primo, di
colore se così si può dire, è che in questa maniera viene specularmente
confermato l’antico luogo comune maschilista secondo cui gli uomini, i
«veri» uomini, quelli «sani», quelli «normali», sono soltanto quelli
che amano le donne; gli altri, quelli che si amano tra di loro, non
meritano di essere considerati uomini (preso atto di ciò, resta solo da
scegliere se trasudare grettezza definendoli «finocchi», o se ostentare
correttezza politica definendoli «gay»). Le curatrici di questa
edizione sembrano pensarla allo stesso modo, pur rovesciandone la
prospettiva: sono le donne a non essere degne di essere considerate
lesbiche (qui però un dubbio mi assale: ma gli esseri umani col doppio
cromosoma X la cui sessualità non desidera né Priapo né Saffo, come
vanno definiti?). L’altro aspetto, assai più importante, è che questa
distinzione fra donne e lesbiche sarà anche una consuetudine
all’interno del movimento femminista odierno, ma di certo non veniva
adottata dalle dirette interessate, ovvero le aderenti a Rote Zora, le
quali — forse perché a salutare digiuno di teorie universitarie yankee
radical chic — si consideravano semplicemente donne (alcune lesbiche,
altre etero). Il problema accennato nell’introduzione del libro, quello
generato dalla lingua tedesca — per cui le parole «donna», «madre» e
«moglie» hanno una medesima e quindi odiosa matrice —, che costringeva
le Rote Zora ad usare il termine «donna-lesbica», in italiano non si
pone. Anzi, erano loro stesse a dolersi del fatto che questa
definizione «può dare l’impressione che le lesbiche non siano donne»,
così come erano consapevoli che «la continua ripetizione di chi siamo e
da dove proveniamo ha rischiato di trasformarsi in sigillo identitario
che consegna le categorie sociali all’immodificabilità biologica, da
cui non esiste via di scampo». Dunque, perché mai introdurre una
differenziazione che non esisteva nelle teste di quelle compagne
tedesche? Perché così è più facile trasformare la lotta delle Rote Zora
contro il patriarcato nella lotta contro l’eteropatriarcato invocata
dalle loro editrici italiane? Personalmente trovo assai fastidioso
imporre al chiaro passato ribelle altrui le proprie griglie
interpretative, soprattutto quando queste sono rifornite dal presente
istituzionale più fessoterico. Per le curatrici del libro si tratta
probabilmente di correggere ed aggiornare le Rote Zora, prestando loro
nuovi significati inediti all’epoca e che — qualora li avessero
conosciuti — non avrebbero potuto fare a meno di condividere; ma per me
si tratta di pura manipolazione, di impoverire una esperienza vivente
prosciugandola del senso originale assegnatole da chi l’ha vissuta
direttamente, per contrabbandarne uno a proprio uso. Per altro questo
metodo è presente fin dal sottotitolo del libro, laddove si sbandiera
la «guerriglia urbana femminista» pur sapendo che tale termine venne
anche criticato dalle Rote Zora verso la fine della loro esperienza
(«oggi il piano di guerriglia non è il nostro traguardo, poiché è
orientato a conseguire la conquista del potere attraverso formazioni
militari. Noi non vogliamo conquistare il potere patriarcale, bensì
distruggerlo. La storia ci insegna che la conquista del potere,
realizzata per mezzo di formazioni militari autonome, è soltanto un
cambio di dominio patriarcale»). Dal che se ne deduce che l’autocritica
delle Rote Zora sarà anche lodevole, ma non tenerne conto è
strumentale. Questi controsensi non scivolano indisturbati durante la
lettura, si agitano sotto i miei occhi dandomi la nausea come il fetore
emanato dalla brodaglia riscaldata con fervore dalle curatrici di
questo libro: il potere è solo quello degli «uomini», i quali scrivono
la «storia ufficiale» e «si considerano rappresentativi dell’umanità».
Poiché siamo nel 2018, mi sembra che si tratti di ottime considerazioni
se si vuole fare della lotta contro il patriarcato una barzelletta.
Altrimenti è impossibile negare che anche il potere non ha genere, e
quindi in quanto tale piace non solo alle eterosessuali come Angela
Merkel o Hillary Clinton, ma pure a bisex come la governatrice
dell’Oregon Kate Brown o la senatrice del South Dakota Angie Buhl, e
persino a lesbiche come la governatrice dell’Ontario Kathleen Wynne o
l’ex premier islandese Jóhanna Sigurdardóttir (per non parlare della
casereccia deputata Paola Concia, la cui pratica lesbica della teoria
femminista non le ha impedito di approcciarsi occasionalmente a
CasaPound). Ma poiché questi sono alcuni dei «nodi» odierni che
guasterebbero il consumo della «narrazione» — il cui scopo è suscitare
tacita ammirazione, mica riflessione critica —, si preferisce
trascurarli. Incredibile è poi la disinvoltura con cui
nell’introduzione viene abbordata la questione della violenza
liberatoria delle donne. In Italia «a partire dagli anni 70, nel
movimento delle donne si assiste ad un rifiuto dell’uso della
violenza», con conseguente «allontanamento e presa di distanza dalle
donne che ne fanno uso». Quali donne? Ma «le militanti delle
organizzazioni combattenti», ovviamente, come quelle evocate nel libro
Mara e le altre. Buono a sapersi che il punto di riferimento storico
delle curatrici del libro, per la loro analisi sull’uso della violenza
delle donne contro il patriarcato qui in Italia, è il rapporto
intercorso negli anni 70 fra la politica del femminismo e le staliniste
armate. Approccio casuale o approccio di parte? Fatto sta che su quel
vecchio libro di sinistra è effettivamente possibile reperire tracce
poco note della rabbia femminile dell’epoca: «È difficile considerare
la consistenza di questi gruppi che sfuggono a qualsiasi sommaria
classificazione, così come a qualsiasi radiografia o mappa, del resto
necessariamente imprecisa o poliziesca. Non si tratta infatti di gruppi
organizzati in modo costante, con una vita politica legata
esclusivamente alla preparazione e alla messa in opera delle azioni,
quanto piuttosto di gesti e azioni sporadici e spontanei, di gruppi che
si coagulano, nascono e si organizzano in occasione di un determinato e
specifico obiettivo, per poi sciogliersi. E tutto questo è dimostrato,
tra l’altro, anche dalla varietà e dalla non continuità delle firme,
molte delle quali sono addirittura degli slogan e come tali intendono
rappresentare uno stato d’animo di ribellione piuttosto che
un’avanguardia costituita da donne armate». Edotte da queste
esperienze, le curatrici del libro sulle Rote Zora giungono alla
conclusione che «Sicuramente in Italia non si sviluppa un gruppo
femminista di guerriglia urbana strutturato a lungo termine come le
Rote Zora. Tuttavia, come nella RFT, le azioni dirette illegali e in
generale la riappropriazione della violenza, intesa come necessità di
autodifesa dall’oppressione patriarcale, sono sicuramente parte
integrante del percorso politico di molte femministe». Una logica
impeccabile, che va però riassunta per assaporarla in pieno. Dunque,
anche qui in Italia la politica del «movimento delle donne» rifiutava
l’uso della violenza, ma molte donne in carne ed ossa no. Alcune di
loro entrarono nel Partito armato, dove l’ortodossia pretendeva si
avessero occhi solo per la classe operaia. Molte altre invece, senza il
contributo delle «militanti combattenti», passarono all’azione diretta.
E, come fanno notare le curatrici, lo fecero al di fuori di un gruppo
strutturato a lungo termine, ovvero in maniera del tutto informale e
anonima. L’osservazione è mooolto interessante, però fa scattare
un’ovvia domanda destinata a restare senza risposta: ma allora, stante
così la situazione, perché farsi in quattro per rispolverare i gruppi
strutturati stranieri quando sarebbe stato più immediato tirare fuori
dal dimenticatoio la selva oscura che cresceva sotto casa? Forse perché
non è tanto la rabbia femminile che «agisce violenza» ad attirare chi
narra ideologia, quanto la sua possibile rappresentazione politica?
Sono cattiva, lo so. D’altronde perfino Marguerite Yourcenar si
riferiva ai soli uomini quando affermava che «non bisogna esagerare con
l’accusa di ipocrisia, la maggior parte pensa troppo poco per pensare
doppio». Sono poco generosa, lo so. Più di tanto dalle ammiratrici di
Mara e le altre non posso pretendere, già hanno dovuto rinunciare al
grande Partito a favore delle piccole bande, già non scordano di fare
l’immancabile occhiolino alle teorie libertarie concedendo che
«continua ad essere attuale l’urgenza di una tensione antiautoritaria
che individui nello Stato e nei suoi tentativi di assimilare le lotte
un chiaro nemico» (che appena il venticello muterà direzione e
l’antiautoritarismo diventerà rimandabile, si potrà passare a ben altra
attualità). Mantenessero un minimo di contegno logico, sarebbero più
plausibili. Mi ritrovo invece a leggere assurdità come questa: «il
monopolio della violenza patriarcale che a livello istituzionale è in
mano a esercito e apparato repressivo, a livello sociale è in mano agli
uomini. Storicamente le donne sono state escluse da questo monopolio,
il cui scopo è proprio quello di sottometterle». Frase che vorrebbe
essere chiara, ma che produce solo un cortocircuito mentale. Il
monopolio istituzionale della violenza non è affatto precluso alle
donne in quanto tali (basti pensare a quante donne etero, bisex e
lesbiche, fanno parte di eserciti ed apparati repressivi, anche in
posti di comando). Il monopolio della violenza patriarcale è ovviamente
precluso alle donne, tanto quanto quello della violenza matriarcale lo
sarebbe agli uomini. Ma il problema a mio avviso non è quello di venire
«incluse» nel monopolio della violenza, quanto di porre fine a
qualsiasi monopolio. Dato che lo scopo di ogni monopolio della violenza
è di sottomettere qualcuno, chiunque sia, per quanto mi riguarda è un
vanto il non volerlo esercitare. Bisognerebbe lasciare ai più infami
degli uomini e alle più infami delle donne l’ambizione di possedere
questo infame privilegio, sia esso praticato da militari che da
amazzoni. Sfidare tale monopolio è un passo minimo per ogni percorso di
liberazione, ma il fine di questa sfida non è affatto sostituire un
monopolio con un altro monopolio, oppure ottenere un duopolio, quanto
restituire ad ogni singolo individuo la possibilità di usare la forza.
Le compagne di Rote Zora lo avevano capito perfettamente («Secondo noi
il potere è inscindibilmente connesso al dominio, perciò vogliamo
combattere il dominio patriarcale e arginare il potere. Con lo slogan
“Potere alle donne!” esprimiamo la voglia di diventare più forti, di
farci valere, ma così facendo trascuriamo il fatto che esercitare il
potere ha sempre e soltanto significato dominare. Se facciamo il
paragone linguistico “Potere alle donne” – “Potere ai dominanti” ci
rendiamo conto di quanto i concetti che usiamo siano inesatti e poco
ragionati e di quanto abbiamo interiorizzato il pensiero patriarcale…
consideriamo inutilizzabile il concetto di potere nella descrizione
della nostra politica e dei nostri scopi e di conseguenza lo
impieghiamo soltanto in riferimento ai rapporti dominanti. Non vogliamo
né prendere il potere, né misurare le nostre forze sullo stesso piano
dell’avversario»), le militanti combattenti staliniste no, le
ammiratrici odierne un po’ delle une e un po’ delle altre (a seconda
dell’attualità dell’urgenza o dell’urgenza dell’attualità)… boh. E non
posso fare a meno di chiedermi come si possa trarre ispirazione dalle
Rote Zora per agire «oltre i limiti della legge ma anche lontano dalle
istituzioni, in autogestione e orizzontalità… anche fuori dagli schemi
femminili prestabiliti dalla norma patriarcale», quando poi si
interpretano le loro idee alla luce di concetti forgiati da chi serve
le istituzioni. Possiamo definire le analisi delle Rote Zora
«intersezionali» solo ficcandoci in testa e in bocca questo termine
coniato nella facoltà di giurisprudenza di una università degli Stati
Uniti. Non basta che l’autrice sia donna e per di più nera (due
minoranze oppresse in un solo corpo! la buona coscienza bianca
occidentale trema dall’emozione ed ammutolisce per i sensi di colpa)
per renderlo appetibile. Allo stesso modo, «assumendo le elaborazioni
dell’analisi trans — possiamo chiamare cisgenere» il soggetto politico
femminista a cui le Rote Zora si riferivano — certo, a patto di pensare
che ripetere dei tecnicismi (magari escogitati da un sessuologo
maschio) significhi saperla più lunga. Quanto a me, rimpiango
Voltairine de Cleyre e le sue semplici parole contro la costruzione del
ruolo di genere pronunciate nel 1890, e sputo sulle odierne chieriche
dei gender studies e sul loro insopportabile gergo cattedratico condito
con la loro supponenza di genere. Suona poi alquanto sibillina la
brusca puntualizzazione fatta dalle curatrici di questo libro: «Lo
diciamo fuori dai denti: se si guarda con diffidenza a lotte e pratiche
femministe ci si scordi di elogiare le Rote Zora perché usavano la
dinamite. Un’analisi non superficiale dell’oppressione patriarcale ci
porta inevitabilmente anche ad un percorso di autocoscienza e di
cambiamento personale, i quali trovano espressione in forme altre
rispetto al puro attacco. Negare o minimizzare questo fatto equivale a
non comprendere la complessità della lotta femminista. Quest’ultima ha
molti volti, e ovviamente non tutti ci rappresentano. Tuttavia crediamo
che la discussione riguardo ai metodi da impiegare per lottare contro
il patriarcato debba essere fatta tra chi ha nel proprio orizzonte
l’urgenza del suo abbattimento». Non capisco bene con chi ce l’abbiano,
presumo con quelle compagne capaci di infiammarsi per le Rote Zora ma
freddine verso la psicanalisi di gruppo (benché le stesse Rote Zora
criticassero il percorso intimista intrapreso dal femminismo). Oppure
si tratta di un velato invito a non storcere il naso di fronte alla
sorellanza neo-moderna, quella che compie il miracolo compositivo di
far sedere fianco a fianco donne pro-abortiste e donne anti-abortiste?
Nel dubbio, lo dico anch’io fuori dai denti: un’analisi superficiale
dell’oppressione patriarcale porta inevitabilmente al rispetto per
tutte le lotte e le pratiche femministe. Se in nome della loro
complessità non si guarda con ostilità a certe lotte e pratiche
femministe, soprattutto a quelle accademiche, desistenti e
filo-istituzionali, ci si scordi di elogiare le Rote Zora perché
usavano la dinamite. Mentre faccio queste riflessioni, continuo ad
interrogarmi sulla bontà dell’intenzione che evoca il ritorno del
femminismo militante. Le Rote Zora sono scomparse nel 1995. Da allora
il panorama sociale si è modificato vorticosamente. Sotto il dominio
tecnologico, la stessa storia è diventata un archivio di dati
manipolabili all’infinito: fatti e persone, ragioni e passioni, tutto
frantumato, separato, omologato, incrociato, ricombinato.
Riconfigurazioni che si susseguono ad una velocità tale da rendere
pressoché inutile lo sforzo di assegnare un senso preciso a quanto ci
circonda, il che spiega il motivo per cui oggi non si facciano più
discussioni ma al massimo delle «chiacchierate», come se si
considerasse una perdita di tempo soffermarsi a riflettere su ciò che
nel giro di un attimo potrebbe già essere cambiato. Ecco perché siamo
infestati da «narrazioni» che lisciano il pelo al passato per non dire
nulla sul presente, lisciano il pelo al presente per non dire nulla sul
futuro, lisciano il proprio pelo e basta. Come si scusano le curatrici
del libro sulle Rote Zora, «assumersi la complessità del reale è
imprenscindibile, nonostante ciò non possiamo sciogliere tali nodi in
queste poche righe». Più che non scioglierli, non vengono toccati
neanche di striscio. Faccio un paio di esempi. Le Rote Zora attaccavano
i negozi di materiale pornografico, per protestare contro la
mercificazione e l’umiliazione del corpo femminile. Ma oggi una parte
del femminismo non è affatto contraria all’industria pornografica,
anzi. Ora, la discrepanza è tale da non lasciare molto margine agli
equilibrismi: o le vecchie femministe delle Rote Zora erano delle
bigotte, oppure le nuove femministe 3.0 hanno introiettato un certo
immaginario consumistico maschile. Pensare di scavalcare questa
eclatante contraddizione con una frettolosa noterella editoriale
riservata all’anteprima della presentazione («ci teniamo a specificare
che in alcune correnti del femminismo sono state portate avanti
riflessioni su un altro possibile ruolo dei sexy shop e sulla
riappropriazione della pornografia. Per esempio sono nati i sexy shop
per donne!») non è solo imbarazzante, è penoso. Un altro esempio è dato
dall’attacco frontale ai capisaldi del femminismo da parte di alcune
donne originarie di paesi non occidentali, ovvero di quei paesi i cui
movimenti di lotta vengono difesi a spada tratta dagli
anti-imperialisti. Penso a Houria Bouteldja, ad esempio, il cui libro è
stato pubblicato qui in Italia proprio dalla casa editrice fondata da…
il consorte di Mara (mentre in Francia è stato pubblicato dal versatile
editore del Comitato Invisibile). Se una donna bianca occidentale
avesse pubblicato un libro in cui sostiene con orgoglio che il suo
corpo non le appartiene, giacché appartiene alla sua famiglia, al suo
clan, al suo quartiere, alla sua razza, alla sua nazione, alla sua
religione… e che quindi le donne oppresse stuprate devono difendere i
propri stupratori, se appartenenti alla stessa comunità, per non darli
in pasto alla giustizia dei padroni (ops, è più o meno quanto sostenuto
dalle Miserabili Donne di Merda contro la ragazza stuprata a Parma)…
beh, sarebbe stata subissata dagli insulti, come meriterebbe ogni
becera oscurantista reazionaria. Ma se a sostenerlo è una militante
franco-algerina del movimento decoloniale, allora… allora per lei si
aprono i cataloghi delle case editrici di estrema sinistra, si aprono i
microfoni delle radio di estrema sinistra, si aprono le porte degli
spazi (di delatori) di estrema sinistra. Ecco, non sono sicura che le
analisi anti-imperialiste delle Rote Zora siano di grande aiuto a
questo proposito, con o senza citazioni di Rosa Luxemburg. Ma chi
manifesta così tanta «urgenza» ad abbattere il patriarcato farebbe bene
ad affrontarla, tale questione (soprattutto considerato che Bouteldja
ha ricevuto il sostegno di una esponente del movimento LGBT come
l’attrice Océanerosemarie). Solo che, per riuscirvi, temo che dovrà
dire addio alle narrazioni facili da smerciare e consumare, per
dedicarsi ad un pensiero critico sicuramente più ostico da diffondere
ed approfondire. Come dicevo all’inizio, a quanto pare il femminismo
militante sta tornando in auge, per lo meno sulla carta… Grande è la
confusione sotto i cieli. La situazione è tragicomica. [11/6/18] fonte:
finimondo.org _______________________________________________
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