[Alien_nation] A SCUOLA DAI GILET JAUNES--DIARIO DI UN'APPRENDISTATO POLITICO
dedo a logorroici.org
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Gio 17 Set 2020 18:26:34 PDT
Ho letto di quell'incontro che si dovrebbe essere tenuto già a Savona
sul 5G, come ho letto quanto ha scritto Vlad su città-camagna, io ho
pubblicato quell'articolo sugli esperimenti, e non solo esperimaneti,
circa il riconoscimento facciale e la detezzione degli stati d'animo
finalizzati ad individuare, prevedere, possibili azioni criminali, sono
all'apparenza temi slegati l'uno dall'altro eppure sono tutti
interdipendenti e fanno capo alla stessa origine: il potere globale, il
controllo globale e un assetto nuovo del mondo e dei suoi abitanti,
umani e no, ma tutto questo a sua volta, si origina a partire dalle
leggi neoliberiste e ordoliberiste partorite nella mente di pochi uomini
nella decade degli anni 20. Allora, se tutti i mali originano da una
fonte, diciamo, sarebbe logico riparare o sostituire la fonte, quindi
parliamo che il sistema è rovinato, marcio, e nessuno può ripararlo ma
sarebbe da sotituirlo completamente. Io ho questa idea da molto
tempo,quando ancora era impossibile trovare altre persone che avessero
questa stessa visione, oggi siamo già molt*, ovunque nel mondo, per cui
vorrei farvi leggere questo articolo che trovo utile per capire non già
i GJ ma la possibile risposta che forse dovremmo darci anche noi, senza
continuare a perdere più tempo, cioè dobbiamo essere capaci di lavorare
insieme per abbattere e costruire il nuovo mondo, il mondo delle persone
e delle creauture tutte. Non ho mai preteso imitare nessuno ma credo che
tutti sappiamo che possiamo e dobbiamo saper ispirarci anche a chi ha
già aperto un cammino condivisibile e necessario, rimanere chiusi nella
nostra individualità, o peggio, identità nazionale (io sono
internazionalista ad ogni modo) è assurdo e pericoloso. Mi fermo qui,
spero vi sia utile questa lettura (un po lunga forse), come sempre io
l'ho appena letta e con avidità e stanchezza, qualche passaggio non l'ho
afferrato, ci tornerò su ma non volevo dimenticarmi di pubblicarla
qui...magari direte qualcosa. Buona notte.
A SCUOLA DAI GILET JAUNES--DIARIO DI UN'APPRENDISTATO POLITICO
Altro contributo estremamente interessante:
Le lotte che hanno attraversato la Francia tra il novembre del 2018 e il
marzo del 2020 brillano «come un fragile bagliore nella notte» dentro di
un ciclo politico segnato dalla crisi del neoliberismo moderato e dal
frantumarsi dell’Europa. In controtendenza rispetto al quadro
continentale, il lunghissimo sciopero dei trasporti contro la riforma
delle pensioni è sembrato per un momento sciamare nelle scuole, nelle
università, negli ospedali, incrociando le lotte femministe e le
proteste contro la repressione poliziesca, rilanciando quella potenza
collettiva che già si era espressa, in Francia, nelle piazze della Nuit
Debout e poi contro la riforma del mercato del lavoro. Tuttavia, nulla
di tutto ciò sarebbe avvenuto senza quel fondamentale evento democratico
rappresentato dal 17 novembre del 2018, primo atto dei Gilets Jaunes. È
questa la tesi espressa nell’ultimo libro che Barbara Stiegler, una
delle più interessanti filosofe contemporanee, ha pubblicato per Verdier
con il titolo Du cap aux grèves. 17 novembre 2018 – 17 mars 2020.
Si tratta di un diario che racconta l’apprendistato politico alla scuola
dei Gilets Jaunes, di un’intellettuale di solito assai riservata: la
storia, dice l’autrice, di un «brutale passaggio all’azione». Ma è anche
un contributo prezioso per chiunque volesse liberarsi dalle «idee che
paralizzano» il nostro immaginario. Secondo la Stiegler, infatti, dai
Gilets Jaunes, «questi cosiddetti populisti che – cosa insensata!
Illogica! – non vogliono avere capi», questi insorti che non formano
partiti, non corrono alle elezioni, e che «non smettono di decapitare
tutti coloro che cercano di guidare il movimento dall’alto», possiamo
tutti imparare a trasformare i codici e le forme della nostra militanza
ed a riorientare il modo in cui costruiamo le nostre analisi.
Il movimento dei Gilets Jaunes ha infatti spezzato la credenza secondo
la quale la storia è distesa su una linea retta e inflessibile e dunque
in politica si debba conoscere in anticipo la fine del percorso: faranno
un partito? Si presenteranno alle elezioni? Altrimenti cui prodest ?
All’ossessione per la previsione teleologica, il movimento ha sostituito
una cronologia diversa, nella quale il presente si costruisce in comune.
D’altra parte, continua la Stiegler, di fronte alle «impasse
dell’orizzontalità», ed al dubbio che attraversa ogni esperimento di
«democrazia radicale», i Gilets Jaunes ci hanno mostrato che «il campo
politico non è né orizzontale, né verticale, né obliquo», ma si
costruisce lontano dal potere, nella prossimità di coloro che trovano la
forza di sperimentare il futuro, accumulando sapere, potenza e
intelligenza collettiva. Dai Ronds Points del 2018 agli scioperi del
2019-2020 non vi è alcuna soluzione di continuità, dunque: e del resto
neppure il più triste dei cronisti ha potuto fare a meno di contare i
moltissimi Gilets che davano forza e vigore ai cortei sindacali, facendo
tremare i maldestri capitani che cercano di imporre al mondo la rotta
neoliberale.
In un libro assai prezioso, pubblicato per Gallimard nel 2019 con il
titolo Il faut s’adapter. Sur un nouvel impératif politique, la Stiegler
ha costruito una genealogia critica del neoliberismo, fondamentale oggi
per misurare la distanza che ci separa dalle prime grandi lotte
altermondialiste. Nel suo saggio, il pensiero neoliberale viene inteso
come un insieme di strategie volte a rieducare la specie umana per
adattarla al «gran gioco della competizione mondiale». Seguendo le tesi
darwiniste elaborate dopo la crisi del 1929 da Walter Lippmann, il
neoliberismo tenta insomma di imporre una narrazione sul senso della
storia che «mobilita il lessico biologico dell’evoluzione e
dell’adattamento per trasformare lo svolgimento intimo delle nostre
vite». Ora è proprio questa ingiunzione biopolitica – adattatevi o
sparite – che il movimento dei Gilets Jaunes ha rifiutato. E lo ha
fatto, dice Stiegler, «sulla base di tre argomenti razionali» :
innanzitutto perché essa incrementa la forbice tra la massa dei perdenti
e una minoranza di vincenti; poi perché così facendo si trasforma lo
Stato nell’«organizzatore officiale della disuguaglianza e
dell’ingiustizia»; ed infine perché la sistematica espulsione del
conflitto dalla politica istituzionale «trasforma la democrazia elettiva
in un regime autoritario», come mostra il diffondersi esponenziale della
repressione poliziesca.
D’altra parte, nella contro-proposta democratica, sperimentata nella
miriade di capanne e Ronds-Points, nei cortei, nelle case del popolo e
nelle grandi assemblee nazionali organizzate dai Gilets Jaunes, Stiegler
vede una eco della lezione di John Dewey, il quale opponeva a Lippmann
una diversa lettura di Darwin, proprio sul tema dell’adattamento: «nel
laboratorio sperimentale della vita – scrive Stiegler – i valori e i
fini dell’evoluzione sono sempre multipli, locali e provvisori». Ed è
proprio in questa polemica con Lippmann che trova fondamento il pensiero
democratico radicale di Dewey, con il quale è possibile pensare una
forma aperta di democrazia che riarticola il rapporto tra sapere e
potere, tecnica e politica, dentro alla coppia «sperimentazione e
coeducazione». Da questo punto di vista è chiaro come la lezione
politica dell’evoluzionismo comporti la necessità di adattarsi alla
molteplicità delle pratiche di intelligenza collettiva che permettono di
reinventare costantemente la democrazia: «alla divisione funesta tra
esperti e masse – scrive dunque la Stiegler – bisogna opporre la
democrazia come processo continuo di coeducazione, nel quale ciascuno si
forma e si educa reciprocamente grazie alla resistenza materiale del
reale e ai suoi conflitti». Qui la ricerca si apre su undici tesi per
reinventare lo sciopero, marcate dalla potenza della sesta, che recita:
«non c’è alcuna relazione logica tra lo sciopero e la violenza, e
neppure tra la lotta e la sofferenza». Le lotte sono spazi comuni di
costruzione gioiosa e desiderante, momenti di coevoluzione aperti e
costruttivi. Con l’eleganza delle «ipotesi fragili di una novizia»,
allora, questo prezioso libretto si offre al ragionamento, alla critica
e alla discussione collettive.
Ma non basta. Innanzitutto perché tra le idee che paralizzano le nostre
pratiche, ve ne sono alcune che abbiamo forgiato noi stessi. Nella parte
finale del libro allora la Stiegler abbozza una formidabile critica
delle «regole delle assemblee generali» del movimento, fatte «a immagine
e somiglianza di questo mondo, nel quale al posto di applaudire facciamo
girare i polsi in silenzio come tanti piccoli mulini a vento. Un mondo
nel quale non si parla mai troppo forte né troppo vivacemente. Nel quale
si deve essere benevoli. Nel quale si espongono i reciproci punti di
vista come tanti atomi che si schivano a vicenda». Si tratta, dice
Stiegler, di forme dell’azione collettiva elaborate «nel deserto della
spoliticizzazione»: introiezioni della morale neoliberale, vere e
proprie «macchine per distruggere il potere e la potenza» degli spazi di
azione collettiva. Da qui l’invito, anche dentro alle nostre pratiche, a
riscoprire la necessità dei «conflitti» dialettici per costruire luoghi
di discussione che «al posto di paralizzare nell’atonia mobilitino
immense aule», perché consapevoli «che il mondo reale è pieno di
asimmetrie, tanto necessarie quanto pericolose. L’importante è che sia
sempre possibile complicarle, perturbarle e capovolgerle».
E poi non basta, per una seconda ragione. L’esplosione della pandemia
globale ha, evidentemente, cambiato lo scenario. Tutti i grandi flussi
del mercato globale hanno dovuto subire un deciso rallentamento. Il
virus è, insomma, sembrato ad alcuni un formidabile alleato nella lotta
contro la distruzione del pianeta. Lecito dubitarne. Piuttosto è certo,
avverte Stiegler, che se lasciamo «cospirare» il virus con l’oligarchia
neoliberale, il domani rischia di essere segnato dalla dissoluzione
definitiva di «tutte le agorà, di tutti i consigli e i gruppi a partire
dai quali la democrazia tentava di riprender vita». Si tratta allora di
affrontare il rischio, sperimentando collettivamente delle forme di
«sciopero in confino» o, in altri termini, inventando le lotte
necessarie dentro e contro la pandemia globale.
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