[Alien_nation] Ritratti, di Giorgio Moroni

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Dom 25 Ott 2020 17:53:34 PDT


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Ritratti, di Giorgio Moroni

Gianfranco Faina: Lenin e Machno in continuità

Sergio Bianchi, Eruzione, 1998

 

Le teorie non sono fatte che per morire nella guerra del tempo: 

sono delle unità più o meno forti che bisogna 

impegnare al momento giusto della lotta...; 

le teorie devono essere sostituite, perché le loro vittorie decisive, 

più ancora delle loro sconfitte parziali, determinano la loro usura.

 (Guy Debord, da In girum imus nocte et consumimur igni)

 

Questa citazione di Debord, tratta da uno dei suoi film sperimentali
più noti, è il punto di partenza per una riflessione sulla vita attiva
di Gianfranco Faina (1935-1981), che provo a condurre partendo dagli
esiti finali per risalire a ritroso fino al tempo della sua formazione
politico-intellettuale, piutto­sto che dal suo più noto percorso [1]
che dal Pci lo porta all’operaismo e poi attraverso vari passaggi fino
all’anarchismo finale. Questa modalità può esser utile per rintracciare
qualche elemento essenziale di continuità, pur nel costante mutare
delle posizioni che Faina ha assunto e delle teorie che ha sostenuto
nel corso della sua militanza, e qualche altrettanto rimarchevole
ele­mento di originalità della sua ricerca critica. Posso anticipare in
premessa qualche conclusione: la continuità sta, come è già stato
osservato, nell’imperativo etico che ha connotato fino alle estreme
conseguenze il suo agire politico, dal tempo della militanza nella
sezione del Pci «Giuseppe Spata­ro» e nella Segreteria della Fgci
genovese fino all’attività nei comitati e circoli sorti attorno al
Ses­santotto e infine negli ultimi anni di militanza armata e di
galera; mentre l’originalità e anche l’ano­malia, rispetto alle tante
altre e ricche traiettorie di vita e di militanza eretica on the wild
side che hanno caratterizzato la grande stagione del movimento in
Italia negli anni Sessanta e Settanta del se­colo scorso, consistono
nell’aver costantemente scelto di sottoporre al vaglio dei fatti, e in
defini­tiva della scienza (e delle evoluzioni tecnologiche e anche
sociologiche), la teoria della rivoluzione so­ciale, sottraendosi in
questo modo a qualsiasi forma di cristallizzazione ideologica, inclusa
quella anarchica. Detto questo, mi riprometto di restituire Faina al
suo tempo, senza erigere un monumento alla sua figura né rivendicarne
forzosamente l’attualità; quello che interessa in definitiva è
riscoprire le sue tracce e seguirle per coglierne l’esemplarità, anche
oltre il contesto genovese in cui Faina ha prevalentemente operato. La
premessa non sarebbe tuttavia completa se non citassi anche il fatto
che della figura e dell’attività di Gianfranco Faina si sono occupati,
per indagarne i risvolti giudizia­ri, oltre che gli organi inquirenti e
le autorità di polizia, anche alcuni autorevoli esponenti del Partito
comunista genovese, a distanza di meno di vent’anni dalla sua militanza
in quel partito e, significa­tivamente, senza che la stessa venga
minimamente citata: in un opuscolo diffuso a Genova nel 1979, poco dopo
l’uccisione dell’operaio Guido Rossa da parte delle Brigate Rosse, alla
voce Ritard­i ed inefficienze nell’azione della Magistratura e dei
corpi di polizia si invitano gli organi in­quirenti ad occuparsi della
sua «inquietante» posizione. [2]

 

1. Gianfranco Faina muore a Vignola (Pontremoli) l’11 febbraio 1981
all’età di 46 anni. È stato lì trasferito morente dall’Ospedale Tumori
di Milano, poche settimane dopo la scarcerazione dallo «speciale» di
Palmi a seguito di tardiva concessione della libertà provvisoria per le
sue ormai com­promesse condizioni di salute. È in carcere dal giugno
1979 come militante di Azione Rivoluziona­ria, gruppo armato
clandestino alla cui costituzione nel 1977, con Vito Messana e
Salvatore Cinieri, ha dato un impulso determinante. Azione
Rivoluzionaria, cui hanno aderito circa un centinaio di compagni, si è
caratterizzata nella sua breve esistenza, rispetto alle altre
formazioni armate di profi­lo nazionale come le Brigate Rosse, i NAP e
Prima Linea, per una struttura basata su piccoli gruppi di affinità, in
luogo di colonne o squadre, e per la matrice anarco-comunista dei suoi
componenti. Le azioni armate, in genere dimostrative ma talvolta anche
cruente, si sono particolarmente concen­trate sui mass media (vedi il
ferimento del giornalista de «l’Unità» Ferrero e l’azione contro le
Edi­zioni Paoline rivendicata da Azione Rivoluzionaria Femminista),
oppure sono state orientate dal tema del­la «riparazione sociale»: vedi
il ferimento del medico del carcere di Pisa Alberto Mammoli, che non
aveva ritenuto di dover curare l’anarchico Franco Serantini, morto nel
1972 in carcere dopo un pe­staggio subito successivamente all’arresto;
[3] oppure l’attentato all’IPCA di Ciriè, un colorifi­cio tori­nese
«fabbrica» di centinaia di morti per cancro alla vescica. [4] Nel 1980
lo stesso Faina assie­me ad altri militanti dichiara, nel corso del
processo per il sequestro a scopo di autofinanziamento dell’armatore
livornese Tito Neri, l’autoscioglimento dell’organizzazione a seguito
«della constata­zione dell’inadeguatezza degli strumenti e dei mezzi»
per praticare contenuti  e obiettivi teorici dei quali comunque non si
riconosce il superamento o la sconfitta. Prima di partecipare alla
fondazione di AR, Gianfranco Faina ha fatto parte per alcuni mesi (fino
al mese di ottobre del 1975) delle Bri­gate Rosse, più precisamente ha
partecipato alla fase di costituzione inizialmente movimentista e
trasversale della loro colonna genovese. Di fatto Faina, quale figura
di spicco del movimento, ha contribuito a introdurre le Brigate Rosse a
Genova, considerato che anche dopo il sequestro del giu­dice Mario
Sossi (aprile 1974), che come ormai noto era stato organizzato e
gestito «da fuori», l’organizzazione nel capoluogo ligure era
sostanzialmente assente, ad eccezione di una rete anche significativa
di contatti e relazioni «irregolari»; solo successivamente, con
l’ingresso nell’organizza­zione di militanti provenienti da altri
gruppi – in particolare dalle piccole formazioni marxiste/leni­niste e
da Lotta Continua –, l’organizzazione assumerà una configurazione
omogenea alle altre co­lonne del Nord Italia, con militanti e
radicamento locali, e intraprenderà un percorso progressiva­mente
terrorista e omicidiario. Faina, assieme ad alcuni del gruppo che a lui
fanno riferimento, è en­trato nelle Brigate Rosse nella spontanea e
anche ingenua convinzione di poter replicare «in grande» una situazione
gappista e di poterla governare, in continuità con l’appoggio dato
qualche tempo pri­ma al cosiddetto gruppo «22 ottobre», [5] subito dopo
gli arresti e ancor più nelle fasi processuali, e nono­stante la forte
e inequivocabile connotazione leninista e financo stalinista
dell’organizzazione, te­nendo ben presente che Faina già da diversi
anni aveva maturato un distacco radicale dal lenini­smo. Prima di
allora Faina era stato in contatto con la struttura illegale di Potere
Operaio poco pri­ma del­lo scioglimento; successivamente con quella
dell’Autonomia operaia e poi ancora con Senza Tre­gua. Fino a quel
momento si è trattato, tuttavia, di esperienze a supporto ed
esplicitazione delle fina­lità dell’azione politica, il cui orizzonte è
comunque considerato centrale. La svolta lottarmati­sta di Faina matura
tra il 1974 e il 1975, quando si esaurisce l’esperienza del nuovo
movimento di Balbi, al termine delle varie occupazioni susseguitesi tra
il dicembre 1972 e il 1974. È di quello stesso pe­riodo l’attività
svolta, assieme ad altri compagni, con il Collettivo Editoriale Genova.
Fai­na, che è all’epoca professore incaricato di Storia dei Partiti
Politici a Genova, vi pubblica alcuni ti­toli, [6] tra i quali il
volume collettaneo Gauchisme, marxismo e rivoluzione co­munista (aprile
1975), su cui mi soffermo, che già in copertina («La coscienza che
viene dall’ester­no è la forma più reifica­ta, estraniata, della
coscienza repressiva») annuncia il contenuto anti-lenini­sta e il
carattere liberta­rio e anarchista del comunismo concepito da Faina e
dagli altri autori. In que­sta opera (curata, oltre che da Gianfranco
Faina, anche da Roberto Sinigaglia, Luigi Grasso, Riccar­do
Degl’Innocenti, Emilio Quadrelli e da Mimma Castellucci, quest’ultima
non citata tra gli autori nella pubblicazione) si assume, nell’analisi
delle vicende secolari del movimento operaio e proleta­rio, il punto di
vista gauchiste, così come questo si è costituito a partire dal Maggio
francese: è il Maggio francese, emergenza improvvisa della rivoluzione
moderna (non «l’eterna rivolta dei giova­ni» ma la «moder­na gioventù
della rivolta»), che impone, con la rimessa in discussione delle
coordi­nate interpretative della realtà esistente, la riconsiderazione
della storiografia ufficiale e dell’orto­dossia marxista, a partire
dalle esperienze minoritarie e dimenticate, o volutamente ignorate, del
gauchisme storico: Gorter, Pannekoek, il KAPD, la critica del sindacato
e del partito e i consigli operai. Queste espe­rienze sono tuttavia
rappresentate come il fermento critico che ha accompagnato l’ascesa e
la scon­fitta del movimento operaio e delle sue ideologie, e quindi ci
si guarda bene dal ri­proporle, in quan­to il loro recupero
costituirebbe una ennesima fissazione ideologica, essendo l’essenza del
gauchi­sme il «pensarsi come unità di critica, teoria e pratica» che
abolisce e demistifi­ca in permanenza tut­te le ideologie, oltre che il
manifestarsi in appoggio a qualsiasi lotta sconvolga la logica corrente
e l’area del prevedibile, del programmabile e del recuperabile da parte
del potere. Prendendo spunto dalle riflessioni di Jacques Camatte, [7]
si sostiene che il ciclo della classe operaia è terminato, in quanto i
suoi obbiettivi sono stati realizzati e perché essa non è più su scala
mondiale un soggetto determinante.

 

2. Ma è nella soggettività radicale all’opera nella critica della vita
quotidiana la vera essenza della rivoluzione sociale, come sostiene
Raoul Vaneigem nel Saper vivere. Trattato ad uso delle giovani
generazioni [8] e in Terrorismo e rivoluzione, appendice allo stesso
Saper vivere, ampiamente citato nel testo. E, a partire da questa, è
l’ansia della liberazione a irrompere e ritornare, con l’evocazione
della fine della follia nelle azioni definite folli, della speranza
ritrovata nei gesti apparentemente di­sperati, del fare parte per se
stessi per potersi ritrovare con gli altri. La critica al terrorismo di
sini­stra degli autori di Apocalisse e rivoluzione [9] e di Raul
Vaneigem viene fedelmente riportata nel te­sto ma ci si limita ad
assumerla laicamente come antidoto, quasi a volerla tener presente come
un caveat, senza che da questo discenda la rinuncia all’organizzarsi e
al fare. Sostiene infatti Vanei­gem: il terrorismo è un prodotto
diretto del sistema in decomposizione, è un fenomeno nichilista che
rischia di coinvolgere la rivolta proletaria in una dinamica
autodistruttiva, qualora essa non riesca a dislocarsi sul terreno
positivo del gioco sovversivo e del sabotaggio. Sostengono Cesarano e
Collu: l’organizzazione, che per tutti i gruppi leninisti è una
divinità da adorare, per altri è un tabù da com­battere; il che a
pensarci bene è proprio la stessa cosa. Ancora: la guerra civile,
prodotta «in vitro» dal capitale, è il nuovo narcotico che sostenta la
sua durata, «moltiplicando gli incubi dei proletari e (…) facendo sì
che le sue aree di dominio diventino campi trincerati, che i suoi
cittadini fedeli si identifichino con i suoi poliziotti» (citato nel
testo): va notato quanto profetiche risultino queste pa­role,
nell’epoca del terrorismo come norma, se solo si pensi ai riti
esasperati delle perquisizioni e dei controlli negli aeroporti e nelle
stazioni e alla totale assuefazione con cui tutti, riconoscenti, vi si
assoggettano. Anche Jean Barrot [10], proveniente da I.C.O.
(Informations Correspondance Ouvrières) e fondatore di Mouvement
Communiste, e soprattutto Emile Marenssin [11] forniscono riferimenti e
contributi alle tesi del gruppo genovese. Se il rifiuto del lavoro
salariato, che è il mezzo di oppres­sione e il modo di capitalizzazione
degli uomini e di eternizzazione del capitale, è l’elemento
fonda­mentale di unificazione della «classe universale», Emile
Marenssin sostiene che il capitale stesso, essendo incapace di
risolvere l’esplosiva contraddizione tra il suo specifico modo di
produzione, che ha toccato i limiti della sua possibile espansione, e i
rapporti di produzione, tende a suscitare e generalizzare nello stesso
tempo il proprio terrorismo controrivoluzionario e il controterrorismo
ri­voluzionario degli uomini proletarizzati. L’unica finalità di questi
ultimi, per il fatto stesso di dover sopravvivere e di voler vivere,
non può che essere il passaggio immediato al comunismo. Il Gian­franco
Faina che, terminata l’esperienza del Collettivo Editoriale Genova e
liquidati definitivamente i rapporti con le Brigate Rosse per
incompatibilità comportamentale oltre che teorica, fonda di lì a poco
Azione Rivoluzionaria, è un militante comunista giunto al momento
fatale del proprio impe­gno rivoluzionario: una inquietudine interiore
lo spinge a impegnarsi senza respiro in ogni iniziati­va, a
privilegiare l’azione a ogni costo, a porsi e a porre comunque degli
obiettivi. I due documenti teorici che l’organizzazione Azione
Rivoluzionaria diffonde durante la sua esistenza (1978 e 1979), prima
del comunicato di autoscioglimento, sono scritti in parte dallo stesso
Faina e in parte da altri mili­tanti che lo hanno accompagnato nel suo
percorso: qua e là vi è riconoscibile il suo stile e devo­no essere
letti anch’essi come il suo approdo teorico al termine di un viaggio
nella militanza politica iniziato trent’anni prima.

 

3. Il fine della rivoluzione, così si apre il primo dei due documenti
[12], è la liberazione della vita quo­tidiana; più esattamente, deve
trattarsi di una autoliberazione che raggiunge dimensioni sociali,
piut­tosto che di una liberazione di classe o di massa dietro la quale
si nasconderà sempre una élite o una gerarchia e infine uno Stato. Il
nuovo movimento non solo rifiuta quel mostro storico che è il marxi­smo
sovietico, ma rifiuta anche il mito del proletariato industriale e
della classe rivoluziona­ria, un mito che ha messo in un vicolo cieco
il movimento del ’68. Nonostante si parli da più di un secolo (nel
momento in cui il documento viene scritto) della scienza marxista,
della critica scientifi­ca della società del capitale, il pensiero
critico ha fatto ben pochi passi avanti e ha avuto anzi un ruolo
re­gressivo e repressivo; le contraddizioni del capitale e del suo
sviluppo, su cui faceva perno la critica «scientifica», sono state
assorbite e, insieme ad esse, anche la maggiore delle contraddizio­ni,
quella fra lavoro e capitale. Nella misura in cui la crisi ormai
investe tutti i campi contaminati dal dominio, tanto più si evidenziano
gli aspetti reazionari dei progetti socialisti, sia maoista sia
trotzkista sia sta­linista, che conservano i concetti di gerarchia, di
autorità e di stato come parte del futuro post-rivolu­zionario, e per
conseguenza anche i concetti di proprietà «nazionalizzata» e di
«dittatura proletaria». Fino a ieri quanti parlavano di una società
decentralizzata e di una comunità umanistica in armonia con la natura e
coi bisogni degli individui erano tacciati di romanticismo
rea­zionario, mentre l’amo­re dei giovani per la natura, si sostiene, è
una reazione contro le qualità artifi­ciali dell’ambiente ur­bano e dei
suoi frusti prodotti, e la loro predisposizione all’azione diretta è
una reazione contro la burocratizzazione e la centralizzazione della
società. Ancora: la loro tendenza a evitare la fatica ri­flette una
rabbia crescente verso l’insensata routine industriale alimentata nella
moderna produzione di massa nella fabbrica, negli uffici, nelle scuole.
Il loro intenso individuali­smo, infine, è una decen­tralizzazione di
fatto della vita sociale – una ritirata personale dalla società di
massa. Infine: il mo­vimento non rinvia allo scontro tra le classi, ma
lo assume in prima persona. L’azione è solo diretta. Qualunque siano i
risultati oggettivi, i riscontri soggettivi sono fondamenta­li:
l’azione diretta rende gli individui consci di se stessi in quanto
individui che possono mutare il loro destino e riprendere il controllo
della propria vita. Con il debole concetto di «fascistizzazione»,
allora peraltro abbastanza comune nel movimen­to, al di là delle scelte
organizzative più o meno ar­mate con cui opporvisi, il documento forza
la realtà, o meglio la semplifica a proprio uso, mostran­do il proprio
decisi­vo limite. Si dice: le forze del passato sono bene organizzate e
specializzate nell’arte della morte – i lager tedeschi fumano an­cora.
Nella prospettiva della costituzione dello Sta­to europeo, per
l’influenza egemonica che vi gio­cherà la Germania Federale, le
trasformazioni av­venute nello Stato tedesco si riveleranno decisive e
con ogni probabilità il nuovo Stato europeo si costituirà come prodotto
della germanizzazione e con una costituzione che sarà la sintesi delle
costi­tuzioni «speciali» che si sono andate accumulando sui corpi delle
costituzioni originarie. L’apparato di repressione statale non ri­corre
più soltanto a sem­plici violazioni del diritto o all’uso sistematico
della violenza, ma persegue l’inquadramento di ogni singolo cittadino
attraverso la guerra psicolo­gica con l’impiego di mass-media.

 

4. Il successivo documento del 1979, pubblicato da «Controinformazione»
e da «Anarchismo», [13] è più ar­ticolato e dedica molto spazio alla
critica dei media riprendendo il tema cruciale della critica della vita
quotidiana: «Il sistema mercantile impone le sue rappresentazioni, le
sue immagini, il suo sen­so, il suo linguaggio ogni volta che si lavora
per esso, cioè la maggior parte del tempo. Questo in­sieme di idee, di
immagini, di identificazioni, di condotte (…) forma lo Spettacolo, in
cui ciascu­no gioca ciò che non vive realmente e vive falsamente ciò
che non è.  (…) I giornali, la radio, la te­levisione sono i veicoli
più grossolani della menzogna. Le immagini che ci dominano sono il
trionfo di ciò che non siamo e di ciò che ci scaccia da noi stessi. (…)
 Il comunismo, essendo la realizzazio­ne dei sogni e dei desideri, non
saprà che farsene dell’industria dei sogni e dei desideri, così come
rea­lizzando il significato finora compiuto dall’espressione artistica
renderà priva di significato la ri­proposizione della stessa. (…)
Nessuno si batterà senza riserve se non apprenderà dapprima a vivere
senza tempi morti». La critica al Pci diventa una discriminante nei
confronti delle BR: «I pericoli del ricorso alla guerra nucleare
appaiono provenire più dal «socialimperialismo» che dall’area
occi­dentale, tanto più che gli appelli al «movimento operaio» contro
l’accerchiamento non avrebbero oggi l’eco che ebbero gli appelli
leniniani di 50 anni prima». Sia i processi di ristrutturazione statale
sia i processi di ristrutturazione economica vedono nel PCI una forza
promozionale non secondaria a quella democristiana, specie nelle
fabbriche dove il ruolo della burocrazia picista nel favorire la
collaborazione e il controllo anche poliziesco è fondamentale. I
compagni delle BR che teorizzano la centralità DC in questo processo
rischiano di rimanere spiazzati dal ruolo dei «berlingueriani» che
risalta nei loro stessi «diari di fabbrica». La critica distruttiva, la
critica delle armi, si sostiene più avanti, è l’unica forza che può
rendere credibile e attendibile qualsiasi progetto. L’originalità della
situazione italiana, rispetto a quella tedesca, è l’esistenza di un
movimento che non isola la guerri­glia ma ha anzi un effetto
moltiplicatore della sua diffusione. Azione Rivoluzionaria è nata, si
dice, con un occhio rivolto all’esperienza della Raf e alle sue analisi
dei processi in corso nella Germania Federale e con l’altro ai
caratteri e alle forze del movimento in Italia che non trovano
espressione ar­mata nelle organizzazioni che attualmente conducono la
guerriglia. L’idea di organizzazione di AR tende verso un modello
sperimentato in Spagna negli anni ’30 e ripreso nei «collettivi» e
nelle «co­muni» dei radicali americani (Weather Underground [14]):
gruppi di affinità dove i legami tradizio­nali sono rimpiazzati da
rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di
inti­mità, conoscenza, fiducia reciproca fra i loro membri. Il gruppo
di affinità tende da una parte a eli­minare fra i compagni rapporti di
pura efficienza, dall’altro ad attenuare la divisione schizofreni­ca
fra pri­vato e collettivo. Ancora: la grande scoperta fatta da Nanterre
nel ’68 è che la contestazio­ne frutta quando la si faccia direttamente
e immediatamente nei luoghi in cui si esercita il potere bor­ghese. Il
rivoluzionamento della scuola, della famiglia, della medicina, delle
prigioni, del rap­porto fra i sessi non viene rinviato all’indomani
della rivoluzione economica e politica. Il modello secon­do cui la
ri­voluzione deve prima sovvertire la proprietà, dopo di che tutto
verrà di conseguen­za, è morto e se­polto allo stesso modo del modello
«democratico» dell’azione politica come azione indi­retta e diffe­rita
che alberga ormai solo nel Pci e nei suoi gruppuscoli. La rivoluzione
non ha mo­delli, si sostiene più avanti nel documento: sui muri di
Bologna è apparsa una scritta: URSS, Cina, Cuba, Vietnam, con quattro
croci sopra. I modelli hanno fatto il loro tempo e la morte del pensare
per mo­delli libera il pensiero. Essi sono a un tempo strumenti e forme
dell’esercizio del potere; come dico­no i gauchi­sti francesi, i
modelli sono «piccoli capi» che abbiamo nel cervello.  Il marxi­smo,
stra­volto dal deter­minismo, non riesce più a rappresentare una
rottura reale e un’alternativa teorica alla logica del ca­pitale.
L’idea della società comunista futura implica un rovesciamento così
totale da in­fondere sgo­mento e incredulità, più che paura e sfiducia
in quanti se la prospettano superficialment­e. Eppure è lo stesso
capitalismo che ci ha abituato a una distruzione continua, disuma­na,
profonda: le sue guer­re hanno distrutto intere città e immense forze
produttive, ma esso le ha ri­costruite in quantità mag­giore e le ha
piegate sempre più al suo dominio. Segno che il livello ormai raggiunto
del sapere so­ciale generalizzato è tale da consentire l’opera immane
della eliminazione degli orrori dell’indu­strializzazione e
commercializzazione capitalistica, la totale ricostruzione delle città
e re­staurazione della natura. Perché il bisogno del profitto dovrebbe
essere più forte dei nuovi bisogni vitali della li­berazione, ci si
domanda? Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresen­ta:
è forte an­che qui l’influsso di Vaneigem. Il lavoro forzato produce
menzogna, esso rea­lizza un mondo di rap­presentazioni menzognere, un
mondo capovolto in cui l’immagine tiene il po­sto della realtà. In
que­sto sistema spettacolare e mercantile, il lavoro forzato produce su
se stesso la menzo­gna che il lavo­ro è utile e necessario, e che è
interesse di tutti lavorare. Il comunismo è final­mente abolizione del
lavoro; se la rivoluzione spezza in un punto questa spirale, si potrà
volgere questa massa enorme di mezzi, materiali e uomini oggi investita
nel dominio del sociale e del priva­to alla liberazione socia­le del
lavoro (che è ben altra cosa dell’automazione della produzione di
merci). Il comunismo sarà dunque ri-umanizzazione del territorio, suo
rimodellamento sui bisogni e i desideri della comunità umana
realizzata, non semplice integrazione di entità colonizzate
irreversi­bilmente.  A questo punto il documento volge un po’
temerariamente a individuare i primi provvedi­menti all’alba del dopo
ri­voluzione, a cominciare dalla espropriazione generalizzata, con
provvedi­menti che sembrano ispira­ti ai manifesti insurrezionali di
Babeuf, ovvero di una praticità spavento­sa. Ma qui probabilmente ci
allontaniamo dal sentire tipico di Faina. Giova a questo punto tornare
agli ini­zi.

 

5. Gianfranco Faina inizia il suo apprendistato politico nel 1952 al
Liceo Mazzini di Sampierda­rena sotto l’influenza del suo professore di
filosofia Emilio Agazzi [15]assieme al quale partecipa alle ini­ziative
culturali sampierdarenesi del circolo culturale Il Portico. È Bruno
Enriotti, successiva­mente giornalista de «l’Unità», a introdurlo alla
sezione del Pci «Giuseppe Spataro», [16] dove si iscri­ve al Circolo
Piombelli della Fgci e dove incontra Rinaldo Manstretta, operaio
intellettuale ed ex parti­giano sappista nella Brigata Volante
Severino, al quale resterà legato per tutta la vita e con il quale
condividerà molte delle sue scelte politiche successive. Il giovane
Faina inizia a mettere in luce la propria indipendenza di giudizio,
all’interno del Pci, esprimendo posizioni fortemente criti­che nel
novembre 1956 al Congresso provinciale del Partito in seguito ai fatti
di Ungheria, malgra­do le qua­li – per la sua autorevolezza nonostante
la giovane età – viene eletto nel Comitato federale della Fgci. Nel
1957 Gianfranco Faina si schiera, assieme a Rinaldo Manstretta, per
l’autonomia della Fgci dalla linea di partito e si oppone alla
decisione della Fgci di approvare le tesi uscite dall’VIII Congresso
del Pci. Raffreddatisi momentaneamente i suoi rapporti con il partito,
Faina nel 1958 si laurea e si trasferisce a Milano per un breve
periodo; lì entra in contatto con Feltrinelli edi­tore, in particolare
con Gian Piero Brega, e con Ludovico Geymonat e la sua scuola. Faina
tuttavia condivi­de le posizioni filosofiche espresse da Giulio Preti
in Praxis ed empirismo (1957), fortemen­te criti­che verso il marxismo
italiano, piuttosto che quelle di Geymonat, transitato dal positivismo
logico al marxismo filocinese. [17] Tornato a Genova, Faina accetta una
candidatura alle elezioni uni­versitarie nella lista Università Nuova
all’ORUG e partecipa alle attività dei Centri di Nuova Resi­stenza.
Sia­mo ormai alla vigilia del 30 giugno 1960: Gianfranco Faina quel
giorno è in piazza. La spontaneità e la decisione che caratterizzano
gli scontri di piazza gli fanno supporre l’esistenza di una forza
ri­voluzionaria tenuta a freno da partiti e sindacati. Partecipa subito
dopo alle attività del Circolo Go­betti, sorto per iniziativa di alcuni
intellettuali dell’area socialista e libertaria, che diviene il centro
d’incontro delle diverse componenti della Nuova Sinistra. Da questi
incontri nasce l’idea di «Demo­crazia Diretta». A distanza di un anno
dal 30 giugno 1960, e in stretta relazione con quel moto di ri­volta, a
Genova vede la luce «Democrazia Diretta. Notiziario delle lotte e della
democrazia opera­ia». [18] La pubblicazione, esito della collaborazione
tra un gruppo di giovani intellettuali militanti, di cui Gian­franco
Faina fa parte, e alcuni militanti di fabbrica e del porto (tra questi
Bruno Delucchi e Carlo Boccardo), si presenta come autonoma da partiti
e sindacati, espressione di nuove forze socia­li e ideali, e uscirà in
tre numeri, tra il giugno e l’ottobre 1961. «Alle origini del nostro
lavoro e del nostro impegno sta la considerazione, sempre più diffusa
del resto, che le masse operaie si tro­vano in una posizione di lotta
più avanzata di quelle espresse formalmente dalla politica delle loro
istitu­zioni tradizionali, dai partiti soprattutto, ma anche dai
sindacati», queste le prime parole dell’edito­riale. I redattori, tra i
quali Claudio Costantini e Gino Bianco, hanno in comune una forte
insoffe­renza nei confronti della marmorea burocrazia stalinista e in
genere dei partiti istituzionali della si­nistra, incapaci di
interpretare e rappresentare il nuovo fermento politico e sociale che
si sta affer­mando. In «Democrazia Diretta» convivono l’operaismo di
Raniero Panzieri e Romano Alqua­ti, l’influenza del pensiero socialista
libertario di Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte e l’apertura verso i
nuovi movimenti per i diritti civili. Proprio a causa della sua
partecipazione a «Democrazia Diretta», Gianfranco Faina viene espulso
con l’accusa di frazionismo dal Pci, con l’intervento diret­to di
Giu­seppe D’Alema, all’epoca segretario regionale; [19] del resto Faina
aveva già maturato un’ostilità vi­scerale nei confronti dello
stalinismo e dell’autoritarismo presenti nel partito ed era su
posizioni operaiste, essendo entrato in contatto con Romano Alquati e
la nascente redazione di «Quaderni Rossi», il cui primo numero è
presentato a Genova dal fondatore Raniero Panzieri il 19 gennaio 1962
presso la Società di Cultura. [20] Il gruppo dei «Quaderni Rossi» ha il
merito di riscopri­re testi di Marx largamente trascurati dalla
tradizione marxista – la quarta sezione del I Libro del Ca­pitale, il
Fram­mento sulle macchine dei Grundrisse, il Capitolo VI inedito [21] –
e di applicare all’ana­lisi delle tra­sformazioni di fabbrica i
concetti marxiani di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro
al capitale, di lavoro astratto, divisione del lavoro e scissione delle
potenze mentali della produzione. I temi fondanti dell’operaismo
italiano, quello della maturità dello sviluppo capi­talistico in Italia
– contrapposto all’idea amendoliana (e togliattiana) di un capitalismo
arretrato e straccio­ne da porre sotto tutela da parte delle
istituzioni del movimento operaio, con il conseguente rinvio di ogni
pro­spettiva di conflitto a maturazione avvenuta –, e quello della
soggettività operaia, dell’autonomia operaia come variabile
indipendente dallo sviluppo capitalistico, vengono fatti pro­pri e
verificati nel difficile contesto genovese; è un banco di prova
decisivo. Con i compagni che si sono raccolti attor­no a lui tra
Sampierdarena e Cornigliano, tra questi Gianfranco Dellacasa, Ermi­nio
Raiteri e Giorgio Pedrocco, Faina dà vita a un intenso intervento
militante nelle fabbriche e in particolare all’Italsider. Il 7 luglio
’62 a Torino in una manifestazione per il rinnovo del contratto dei
metalmeccanici che si trasforma in una violenta rivolta di piazza
quando viene annunciato l’accordo separato della UIL e della SIDA con
la Direzione Fiat, [22] la figura dell’operaio-massa emerge in modo più
netto e preciso che durante la rivolta di Genova del ’60, nella quale
era stato protagonista un soggetto più generica­mente giovanile, «i
giovani dalle magliette a strisce». Gianfranco Faina ab­bandona con
Romano Al­quati la riunione di «Quaderni Rossi», è in piazza con i
manifestanti in Piazza Statuto e viene fermato dalla polizia; nei mesi
successivi partecipa al rovente dibattito inter­no alla redazione che
prelude al distacco dei «Quaderni Rossi» dalla Fiom e dal Pci, e alla
successi­va scissio­ne tra chi continuerà con Panzieri e Vittorio
Rieser il lavoro di analisi considerandolo pre­dominante rispetto al
lavoro diretta­mente politico e chi (Mario Tronti, Toni Negri, Alberto
Asor Rosa e lo stes­so Faina) mira da subito a soluzioni politiche
accettando di riconoscere almeno tem­poraneamente in Piazza Statuto il
«con­gresso di fondazione» di una nuova organizzazione politica
nazionale. Gli stessi transfughi dai «Qua­derni Rossi» daranno vita nel
gennaio 1964, dopo un tor­mentato dibattito, alla rivista «Classe
Opera­ia».

L’intervento all’Italsider nel periodo 1962-1964 è condotto in pieno
stile operaista attraverso un questionario piuttosto articolato (con
ben 126 domande) e un’inchiesta i cui risultati vengono rac­colti
nell’opuscolo Classe Operaia - L’organizzazione «scientifica» dello
sfruttamento all’Italsi­der, pubblicato nel primo semestre del 1963
anche nella rivista a diffusione nazionale «Il Filo Ros­so».
L’inchiesta militante, o meglio «conricerca», che risente fortemente
dell’influenza del lavoro e dell’opera di Danilo Montaldi, è condotta
anche con il supporto del gruppo dei cattolici de Il Gallo, che hanno
aperto a Cornigliano una biblioteca operaia. L’Italsider, stabilimento
siderurgico clonato dalla U.S. Steel, con operai giovani e
spoliticizzati sottoposti a duri turni di lavoro in una azienda a ciclo
continuo, è l’unica fabbrica a Genova dove un intervento militante e
radicale è possibile, per­ché lì sono ancora deboli e minoritari i
sindacati di classe e lo stesso Pci. Emergono, nell’intervento di
fabbrica condotto dal gruppo, operai di avanguardia come Pino Roggerone
ed Eros Ruggeri. Per quanto l’intervento del gruppo di Classe Operaia
genovese fosse sin dal principio espressamente an­tagonistico e
radicale, alcuni risultati della ricerca finiranno con l’entrare a far
parte del patrimonio delle lotte spontanee del ’68 e del ’69 e
successivamente della politica sindacale: la rivendicazione, contro la
job evaluation, di una retribuzione basata sulla professionalità e
sull’anzianità, di au­menti uguali per tutti, il rifiuto di incentivi e
di premi di produzione; e soprattutto l’uso del con­trollo ope­raio.
L’esperienza operaista genovese si accende e arde in fretta.
All’Italsider gli operai sono sotto pressione, e queste tensioni
emergono prepotentemente a seguito del suicidio di un ope­raio del
re­parto «decapaggio», che aveva compiuto un gesto di disperazione in
fabbrica facendosi decapitare dal carrello dell’altoforno che portava
il minerale, e il 1 ottobre 1963 il MOF (Movimen­to Ferrovia­rio),
reparto strategico dello stabilimento, si ferma e scende in sciopero
spontaneamente. Il gruppo genovese di «Classe Operaia» è molto attivo e
influente in questa lotta e si riunisce in casa di Gian­franco Faina,
in via Paolo Reti 27, di fronte alla linea ferroviaria che costeggia il
torrente Polcevera e l’area industriale. [23] Il lungo articolo che
apre in prima pagina il numero del 15 ottobre 1963 di «Cronache
Operaie», la rivista che dal luglio del 1963 unifica varie iniziative
editoriali in Italia e prelude alla nascita di «Classe Operaia», è
scritto a cura dei redattori genovesi e si intitola «Orga­nizziamo la
lotta di classe nell’industria di stato»: «(…) Alla Cornigliano queste
forme di lotta si possono esprimere con la formula della «non
collaborazione»; ci rifiutiamo di far funzionare l’incentivo,
rifiutiamo le valutazioni, rifiutiamo di dare indicazioni per l’analisi
del lavoro o per il controllo dei costi. (…) Un’altra forma di «non
collaborazione» è il disinteresse degli operai per i guasti». La lotta
contro il «padrone-stato» appare decisiva nello scontro di classe per
la purezza as­soluta del rapporto capitale/lavoro nel quale si genera,
senza di mezzo la figura allegorica, grassa e crudele, del padrone. Il
conflitto in fabbrica ora sembra inarrestabile, e Gianfranco Faina con
il suo gruppo tenta nel gennaio 1964 l’azzardo di uno sciopero indetto
dall’esterno, quasi un’azione «ri­sorgimentale», che fallisce e provoca
una forte crisi nel gruppo genovese. In realtà la FIOM, che nel 1963 ha
sorpassato per preferenze la FIM, è in grado con le proprie dinamiche
rivendicative di ca­valcare il malcontento operaio, e questo non lascia
alcuno spazio agli interventi di una minoranza agente. D’altra parte
«Classe Operaia», di fronte alla permanenza di una base naturale di
classe all’interno del Pci, ritiene essenziale, per la costruzione di
un «soggetto politico organizzato», lavo­rare al suo interno per
impedirne il processo di social-democratizzazione. Questa svolta porta
nell’autunno del 1964 alla rottura traumatica e definitiva del gruppo
genovese con la rivista e all’abbandono dell’operaismo, almeno di
quello entrista, mentre proseguiranno i rapporti con Dani­lo Montaldi.
Faina manterrà tuttavia per tutta la vita un rapporto di amicizia e di
confronto con alcu­ni degli operaisti, in particolare con Toni Negri.
[24]

 

6. A partire dal 1961 aveva Faina cominciato a insegnare come supplente
in istituti scolastici in pro­vincia di Alessandria, dove aveva
incontrato, tra i suoi giovani allievi, Pier Paolo Poggio, che da quel
momento inizierà una lunga collaborazione con lui, passando dal Circolo
Rosa Luxemburg fino a Ludd. [25] Nello stesso anno aveva anche iniziato
a lavorare come assistente volontario presso l’istituto di Storia
Moderna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova
diretto da Luigi Bulferetti. [26]

Dopo gli anni di frenetica attività militante davanti alle fabbriche,
Faina torna ad assumere il pun­to di vista che gli è più caro, quello
della centralità della scienza e della tecnologia. Si era infatti
laureato con una tesi dal titolo Marx e Dewey in continuità, cercando
nel pragmatismo e nello speri­mentalismo, già all’epoca, strumenti per
contrastare il dogmatismo dottrinario dominante nel marxi­smo
ortodosso. Ora che la sua distanza dalle teorie economiche marxiane si
è accresciuta, an­che uti­lizzando i contributi di Paul Cardan (pen
name di Cornelius Castoriadis) apparsi su «Sociali­sme ou Barbarie»,
egli giunge alla conclusione che la trasformazione dell’economia
politica in una scienza è avvenuta al prezzo della riduzione degli
operai e dei capitalisti a meri oggetti, quantifica­bili e re­golati da
leggi oggettive e immodificabili, con un procedimento completamente
mutuato dalle scienze naturali. Questa parte della sua riflessione,
maturata all’epoca del Circolo Rosa Lu­xemburg (1966-1968), comparirà
nel saggio L’evoluzione della tecnica e della scienza, apparso nel 1968
(Marzorati): [27] se i capitalisti non possono agire in modo
consapevole perché «coerciti» dal­le leggi economiche e se anche le
azioni dei lavoratori sono determinate dalle stesse leggi, allora
«contraria­mente alle apparenze questa veduta della storia implica che
non c’è storia alcuna del capi­talismo più di quanto non vi sia storia
di un «miscuglio chimico». (…) Eventi e crisi sono realmente
indipen­denti dall’azione degli uomini, in altri termini non c’è
storia». A fianco della critica al deter­minismo storico Faina conduce,
negli anni del Circolo Rosa Luxemburg, [28]altre riflessioni; la prima
sulla bu­rocratizzazione, attraverso la ripresa degli assunti
weberiani, e la seconda sulla scienza: non ci sono alternative globali
alla scienza, le alternative sono interne allo stesso sviluppo
scientifico e dipendo­no principalmente dal rapporto scienza-società.
L’unica cosa che conta è la volontà che si oppone al disastro, e tutta
la ricchezza del sapere scientifico può essere conquistata solo
attraverso la prassi della rivoluzione sociale. Anche questi due temi
rappresentano senz’altro una continuità del pensie­ro di Faina dagli
anni del Circolo fino a quelli di Azione Rivoluzionaria, e sono quelli
che lo condu­cono, mentre la rivolta del ’68 è nell’aria, alla frattura
definitiva con la tradizione di pensie­ro politi­co nella quale si era
formato. Il movimento studentesco, con il suo carattere antagonistico,
la sua ca­pacità di mobilitazione e il rifiuto della delega dei poteri,
trova in Faina l’interprete proba­bilmente più originale in Italia, e
non a caso il movimento studentesco di Genova sarà quello meno
influenzato dall’ideologia marxista leninista e più autenticamente
affine a quello del Maggio parigino, anche per gli scambi, i viaggi e
le visite che ci furono da parte dei genovesi già nel cuore degli
avvenimenti, [29] nonché le letture e le influenze, forte in
particolare quella dell’Internazio­nale Situazionista. Da queste
esperienze Faina trae la conclusione definitiva, come si diceva, della
im­praticabilità di uno schema interpretativo della classe operaia
intesa come soggetto autonomo della rivoluzione. Per otto anni, a
partire dalla prima occupazione del novembre 1967 e fino al 1975,
Fai­na parteciperà attivamente a tutte le agitazioni e le occupazioni
della Facoltà di Lettere dell’Univer­sità di Genova.

 

7. Ludd è un gruppo informale che nasce tra Genova, Roma e Milano
nell’estate del 1969 dopo la crisi della Lega Operai e Studenti, e che
sin dall’inizio soggiace a spinte di autodissoluzione, nella migliore
tradizione situazionista, dato che ogni gruppo organizzato è
considerato un ostacolo all’affermarsi della comunità e della
soggettività radicale.  Ma qui la posizione di Faina è più defila­ta e
distante, il vecchio militante novecentesco non può condividere del
tutto l’attività un po’ auto­compiaciuta e la guerriglia semiologica
dei critici separati e «terribili», ma in ultima ipotesi innocui, della
società. Ciò nonostante Ludd coglieva e amplificava l’aspetto più
classico e duraturo del ’68, ovvero la rivoluzione nella vita
quotidiana, il manifestarsi di nuovi desideri e comportamenti, e il
ri­schio del loro recupero – attraverso la lettura della
«modernizzazione» – da parte del capitale. [30]

Estre­mamente attivo è Gianfranco Faina nell’occupazione di «Balbi 4»
nel dicembre 1972-gen­naio 1973. [31] Balbi 4 (Lettere, Filosofia e
Lingue) è l’unica facoltà universitaria a essere occupata in Italia in
quel periodo. In una singolare anticipazione locale di alcuni dei
contenuti del Settantasette, si trat­ta di una straordinaria vicenda di
sovversione dell’ordine accademico, in quanto gli occupanti
attri­buiscono ai «Centri di interesse», a partire dai quali su
delibera dell’assemblea del 18 dicembre l’insegnamento era stato
smembrato e ricomposto, un significato assoluto di alternativa alla
didatti­ca (un libro che circola molto in facoltà è Descolarizzare la
società di Ivan Illich). Presupposto del­la pratica anti-didattica dei
Centri di interesse è la riscontrata separazione tra apprendimento e
scuo­la, di qui la necessaria abolizione della didattica e il blocco a
oltranza dell’attività ordinaria dell’Università.  Dopo il termine
dell’occupazione, il Comdag (Comitato di Agitazione di Balbi) continua
per tutto il 1973 a operare in città a partire da Balbi, dedicandosi
alla produzione dell’audiovisivo Controprocesso Rossi e, a settembre,
alle iniziative di protesta e di attacco dopo il golpe cileno. Nel
novembre del 1973 riprende il blocco della facoltà per protestare
contro il trasferi­mento di Claudio Costantini, che dura fino al suo
reintegro. Alcuni giorni dopo, in occasione della rivolta degli
studenti greci contro i colonnelli, viene decisa dal Comdag, da Lotta
Comunista e dalla Quarta Internazionale l’occupazione del Rettorato,
come cinque anni prima sempre per la Grecia. L’occupazione si protrae
per quattro giorni senza intervento della polizia.  Una nuova
occupazione sul tema della fiscalizzazione dei Centri di interesse
venne programmata per il 10 gennaio 1974, ma la polizia interviene a
sorpresa e ci sono 52 fermi che si protraggono fino a notte e viene
emesso un mandato di cattura a carico di Luigi Grasso per l’occupazione
di novembre.

 

8. In questo percorso circolare attorno a Faina siamo quasi tornati al
punto di partenza. La ricerca anomala di Faina, contrappuntata dal
desiderio di una vita intensa, con un’esagerazione che rasenta la
frenesia e che lo porta a non avere mai quiete, si è inevitabilmente
trovata a un punto di svolta. Il cavaliere errante, perché Faina era un
cavaliere errante, vede ora di fronte a sé  una «classe univer­sale» –
per usare le parole di Jacques Camatte e di Invariance –, un
proletariato immenso privo di vita reale, la cui esistenza «normale» è
uno squallido riflesso e imitazione di quelle potenti forme
inorga­niche attraverso cui il capitale, o meglio il suo valore
autonomizzato, si manifesta. Sono falli­ti i ten­tativi di recupero di
una sintesi della società e del ruolo della classe all’interno della
tradizio­ne stori­ca e culturale che aveva informato la sua attività
subito dopo il periodo della  formazione. Si sono progressivamente
dimostrate fallaci o inappropriate tutte le teorie che Faina ha deciso
di cono­scere e anche di far proprie, con apparente disinvoltura e
strumentale eclettismo, per proseguire un cammino di cui riconosce
l’universalità, che per definizione è senza fine. Ma questa
consapevolez­za o disincanto non gli consentono di allontanarsi dalla
lotta politica, egli non può ritirarsi dalla battag­lia senza tregua
cui si è dedicato, e piuttosto «preferisce pagare lo scotto della
disorganicità e della discontinuità, (…) ribadendo la validità delle
sue originarie scelte politiche ed intellettuali: la sog­gettività
agente è l’unico elemento che si sottrae alla reificazione e
all’addomesticamento». [32] Per Faina, da quel momento, si tratti o
meno di interloquire e anche di collaborare disinvoltamente con
«chiunque» (dalle Brigate Rosse all’Autonomia Operaia, dalla IV
Internazionale a Lotta Comuni­sta), la rivoluzione è un processo non
mediabile da alcuna forma di organizzazione o di teoria rivo­luzionaria
separata dal movimento. Cresce il suo interesse per gli aspetti più
estremi e radicali dell’antagonismo sociale, in particolare quelli
manifestati dalle cosiddette classi pericolose. Nella situazione
creatasi a seguito della saldatura del ceto politico professionale con
il sistema partitico-sindacale Faina, con i suoi presupposti, poteva
scegliere di attestarsi su un dissenso intellettuale an­che
intransigente ma tutt’al più garantista, oppure approfondire
quell’antagonismo fino alla scelta della clandestinità. Per quanto la
prima opzione fosse la più vicina al retroterra culturale di Faina,
egli com’è noto opta per la seconda e assume la crisi della militanza
rivoluzionaria sublimandone la componente individuale e morale. La
scelta della lotta armata in Faina, si badi bene, ha poco a che fare
con la concezione della politica condotta «con altri mezzi»; egli non
si ripropone scontri «corpo a corpo» con lo Stato né prese di Palazzo;
è una opzione assolutamente estranea alle motivazioni ideologiche che
hanno alimentato e sorretto la costituzione delle altre formazioni
armate in Italia degli anni Sessanta, al di là del comune destino di
fallimento e rovina che le riguarda tutte. Si tratta di una scelta
contro la politica, è una critica pratica dei rapporti sociali
esistenti, una denuncia mora­le nei confronti di una società in cui è
diventata insopportabile la divaricazione tra progresso mate­riale
(tecnologico) e umanità. È quindi una scelta collocabile nel contesto
della crisi e della chiusu­ra non solo di quella fase di movimento
iniziatasi negli anni Sessanta ma anche di un ciclo storico, quello del
movimento operaio. È in qualche modo la rivendicazione di un ritorno
alle origini, un ri­chiamo ideale alla rivolta individuale e
collettiva, dove al massimo di antagonismo si unisce il mas­simo di
fraternità e solidarietà. Ed è un epilogo cui Faina dà un accento e una
impostazione anarchic­a, ed è quindi un epilogo anarchico, machnovista.

 

9. Resta ancora da dire su Gianfranco Faina come persona. Il termine
«leader» è alquanto inap­propriato nel suo caso, ad esempio è noto che
a Faina non piaceva molto intervenire in assemblea, ed è difficile che
i suoi interventi, peraltro pieni di ironia e talvolta di sarcasmo,
durassero più di cinque minuti. Faina era un instancabile animatore di
gruppi di pensiero dove esercitava la sua forte in­fluenza, e da questo
dipendeva la sua popolarità e su questo si fondava il suo fascino.
L’ambito di azione preferito da Faina era quello del gruppo informale,
e in definitiva elitario, che elaborava e praticava all’esterno una
critica distruttrice di ogni forma di organizzazione burocratica. C’era
in Faina una insofferenza crescente, come ricordano alcuni dei suoi
moltissimi amici, un’ansia febbri­le che tendeva a bruciare i tempi
delle iniziative, talvolta prima ancora che queste giungessero a
com­pimento, come per viverne in anticipo il superamento. Negli ultimi
tempi non sembrava che i con­fronti teorici o il raggiungimento di un
convincimento comune su un’idea o una teoria gli interes­sassero molto;
il prendersi, il lasciarsi, l’affascinarsi, il trovare delle affinità
parevano importargli molto di più. In ultimo il suo Istituto in facoltà
si era svuotato dei libri che per anni lo ave­vano affollato, da lui
regalati ai compagni a semplice richiesta, o più spesso sottratti dagli
studenti senza che Gianfranco Faina se ne curasse: era evidente il suo
disinteresse crescente per la figura dello studioso che aveva accettato
di incarnare nell’epoca della sua prima militanza e il suo nuovo
interesse per la figura dell’uomo d’azione. [33] Che cosa rimaneva in
Faina del precoce e promettente dirigente di partito che era stato? Di
sicuro la spregiudicatezza o mestiere con cui usava le relazioni e
gestiva le alleanze, a prescindere dalle posizioni politiche, si
trattasse di Lotta Comunista, dei gruppi marxisti leninisti o di
Autonomia Operaia. Faina, quando avvertiva che un’esperienza stava
perdendo il suo senso iniziale e si stava in qualche modo pervertendo,
con il suo solito stile non rompeva e litigava, piuttosto si
allontanava e andava alla deriva ritrovandosi ad aspettare che
so­praggiungesse un’altra idea o congiunzione. Anche da comportamenti
come questi, così lontani dal modo ideale con cui era concepita allora
la militanza, era spuntata negli ambienti sindacali e di par­tito la
fama del provocatore, un’etichetta che Gianfranco Faina si è tirato
dietro a lungo, legata in gran parte all’impossibilità di dare una
classificazione alla sua ricerca militante ed esistenziale. Di fatto
ironia, sarcasmo e burla, in un ambiente bigottamente comunista come
quello genovese, erano quanto di meglio potesse essere escogitato –
senza farsi prendere dalla frustrazione – per segnare un distacco, un
congedo definitivo dal canone terzinternazionalista. Si pensi
all’affissione notturna di manifesti falsi della CGIL con l’annuncio di
una campagna di assunzione di guardie di sorveglian­za nelle docce
degli operai. O altri con il volto di Luigi Longo incoronato da un
fumetto che pensa ad alta voce: «Forza Nixon, ancora un bombardamento
su Hanoi e vinciamo le elezioni regionali», ma­levolmente firmati
«Comitato lettori del pensiero». Ma anche nelle manifestazioni dei
gruppi, un gruppetto di non più di una ventina di persone, il «gruppo
di Faina», rispondeva agli slogan con cui i gruppi leninisti o maoisti
guidavano il loro pezzettino di corteo intonando il loro: «La tua
bandiera sventola peggio della mia, perché è appesantita
dall’ideologia». L’uso impudente e disinvolto della critica e il mix di
impulso morale, di sensibilità nevrotica e di richiamo costante al
procedimento empirico della dimostrazione e della confutazione: non c’è
dubbio che tutto questo ha portato Faina a leggere conseguentemente la
fine del movimento operaio prima di altri e a praticare la resistenza
nei confronti dell’esistente nella disperazione, rasentando il
nichilismo. È il tormento del vivere co­stantemente in anticipo sulla
realtà che si risolve nella rovina e nel martirio assoluto, per quanto
vis­suto con la consueta ironia e il tipico disincanto: chi è andato a
trovarlo morente all’Istituto tumori di Milano ricorda un Faina
sofferente ma irridente che sogghignava: «Hai visto che ce l’ho fatta a
uscire dal carcere, gliel’ho messa nel culo allo Stato!».

Gran parte dei materiali scritti negli anni Sessanta e Settanta,
rimossa dal contesto in cui risultò contundente e corrosiva, è oggi
inservibile e a tratti anche illeggibile. Al contrario, alcuni dei
conte­nuti e delle suggestioni della tormentata ricerca che Faina e il
suo gruppo hanno svolto sono ancora stimolanti e talvolta attuali. Si
dà il caso che tra ieri e l’oggi ci sia di mezzo il deserto, l’attuale
de­sertificazione delle coscienze che ripropone nuovamente il dilemma
luxemburghiano: socialisme ou barbarie, o meglio foresta o deserto,
umano o non umano.

 

Note
[1]  Sono due i testi che si sono già occupati specificatamente di
Gianfranco Faina: Contributo alla conoscenza di un militante
comunista(opuscolo datato 15 giugno 1979 e a cura di Gianfranco
Bartolini, Rinaldo Manstretta, Giorgio Pedrocco, Erminio Raiteri,
Giancarlo Sommariva) e soprattutto «Gianfranco Faina (1935-1981).
Elementi di una biografia politico-intellettuale» di Pier Paolo Poggio
e Rinaldo Manstretta, in: «Primo Maggio» n. 19-20, inverno 1983/1984.
[2]  «Inquietante è, per molti aspetti, il caso Faina. Il professor
Faina è docente della Facoltà di Lettere di Genova. Non risulta che
egli sia mai stato oggetto di interesse da parte delle autorità
inquirenti (…)», cit. da Terrorismo e nuovo estremismo, ricerca della
Sezione Problemi dello Stato del Comitato regionale Ligure del Pci,
pubblicata a Genova nel febbraio 1979, pag. 69. Nell’opuscolo, alla cui
stesura ha collaborato Roberto Speciale, si va ben oltre la presa di
distanza dal cosiddetto «estremismo di sinistra» e viene avanzata una
singolare e stravagante tesi «diciannovista» che teorizza, negli anni
Settanta del secolo scorso, la connivenza e la collusione tra
estremismo terrorista di destra e di sinistra. [3]  Corrado Stajano. Il
sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini. Torino: Einaudi,
1975. – 174 p. (Gli Struzzi) [4]  Nel 2005 è stato realizzato dal
regista Daniele Gaglianone il documentario Non si deve morire per
vivere. [5]  «22 Ottobre» è la sigla – in realtà di origine giudiziaria
– con cui è passato alla storia un gruppo di militanti comunisti, in
genere provenienti dalla sezione Rino Mandoli del Pci, che aderiscono
al progetto «anti golpe autoritario» dei GAP (Gruppi di Azione
Partigiana) ideato e realizzato dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. A
partire dal 1970 il gruppo genovese dà luogo a una serie di azioni
dimostrative (Radio GAP), di attentati dinamitardi (contro automezzi
NATO e dei CC, contro il deposito IGNIS e la raffineria ERG, di
proprietà di imprenditori all’epoca ritenuti «neo fascisti o
paragolpisti») e di rapimenti a scopo di finanziamento (Sergio
Gadolla). La tragica rapina allo IACP del 26 marzo 1971, che provoca la
morte del fattorino Alessandro Floris, determina la fine del gruppo,
che nella fase mediatica e giudiziaria iniziale viene trattato come
associazione criminale. Gianfranco Faina, con i compagni che a lui
fanno riferimento, supporta Augusto Viel, uno dei componenti del
gruppo, nella sua fuga, e in quella circostanza entra in contatto con
Giangiacomo Feltrinelli. Successivamente Faina e il Comitato di
Agitazione di Balbi saranno protagonisti di una intensa e clamorosa
campagna nazionale di supporto politico ai militanti gappisti della «22
ottobre» durante le fasi del processo. Su queste vicende vedi il volume
di Paolo Piano, 22 Ottobre, un progetto di lotta armata a Genova
(1969-1971), Annexia Edizioni, Genova, maggio 2005, successivamente
ripubblicato in La «banda 22 ottobre», agli albori della lotta armata
in Italia, Derive Approdi, Roma, maggio 2008: qui è soprattutto
l’introduzione di Franco Fratini a diffondersi sui temi della gestione
politica dei processi al gruppo. [6]  S.P.K. Fare della malattia
un’arma, a cura di A. Molinari, P. Rossi e M. Tornatore, Collettivo
Editoriale Genova, senza data;  La Guerriglia urbana nella Germania
Federale, a cura di Gianfranco Faina e del gruppo di lavoro sulla
Germania Federale, Collettivo Editoriale Genova, dicembre 1976. [7]  In
particolare quelli contenuti in «Invariance», n. 2, 1969 (pubbl.1972) e
n. 3 (1973). [8]  Edizione tradotta da Mario Lippolis, Genova, 1972
(ciclostilato). [9]  Giorgio Cesarano e Gianni Collu, Apocalisse e
rivoluzione, Dedalo, Bari, 1973. [10]  Jean Barrot (pen name di Gilles
Dauvè), «Capitalismo e Comunismo», supplemento a «Le Mouvement
communiste», n. 3, Parigi, 1972; e Contributo alla critica
dell’ideologia ultrasinistra, 1969, pubblicato anche da Edizioni
Vecchia Talpa, Napoli, 1970 e da Edizioni G.d.C., Caserta, 1973. [11]
Emile Marenssin, Dalla preistoria alla storia, prefazione all’edizione
francese dei testi della RAF (gruppo Baader-Meinhof), Parigi, Champe
Libre, 1972; edito in Italia anche da Edizioni Immanenza, 2004. [12]
Disponibile in internet in Edizioni Anarchismo, collana «Nuovi
contributi per una rivoluzione anarchica», 2013. [13]
«Controinformazione», n. 13-14 del 1979, e «Anarchismo», n. 25,
gennaio-febbraio 1979. Le due edizioni sono tuttavia divergenti in
molti passaggi. [14]  Gianfranco Faina aveva ricevuto una copia
originale di Prairie Fire, The politics of revolutionary
Anti-Imperialism (Political Statement of the Weather Underground)
uscito in USA nel 1974 e si accingeva a curarne con Augusta Molinari
una traduzione italiana, progetto poi troncato dagli eventi (intervista
ad Augusta Molinari del 6 aprile 2004 di Anna Marsilii e Giorgio
Moroni). L’edizione italiana del volume sarebbe poi uscita nell’ottobre
1977 presso il Collettivo Libri Rossi con una introduzione di Paolo
Bertella Farnetti. [15]  Emilio Agazzi (Genova 1921- Pavia 1991), fu
assistente volontario di Storia della filosofia dapprima a Genova dal
1945 al 1954, restando influenzato dal pensiero di Adelchi Baràtono
(Firenze 1875 - Genova 1947), ordinario di Filosofia teoretica e
importante esponente dell’antifascismo di orientamento socialista, e
successivamente, dal 1954 al 1964, a Pavia, ove collaborò con Ludovico
Geymonat e Vittorio Enzo Alfieri; contemporaneamente, dal 1949 al 1972,
insegnò filosofia nei licei di Genova, Voghera e Pavia. È del 1962 una
delle sue opere più note, Il giovane Croce e il marxismo, Torino,
Einaudi. Dalla seconda metà degli anni Settanta si dedicò allo studio
della filosofia tedesca moderna contemporanea, accentrando la sua
attenzione sulla Scuola di Francoforte. Collaborò in varie forme a
molte riviste e quotidiani della sinistra (tra l’altro «Il Lavoro
Nuovo», l’«Avanti!», «Mondo Operaio», «Quaderni Rossi», «Passato e
Presente», «Classe»); nel 1983 fondò la rivista di teoria politica
«Marx centouno». Il Fondo Emilio Agazzi è custodito presso la
Fondazione di Studi Storici Filippo Turati a Firenze. Per quanto
riguarda la partecipazione di Emilio Agazzi al comitato di Redazione
dei «Quaderni Rossi», nel quale Gianfranco Faina rincontra il suo
docente di liceo poco meno di dieci anni dopo, vedi il volume
L’Operaismo degli anni Sessanta, citato infra. [16]  Su questo vedi
l’intervista inedita di Anna Marsilii e Giorgio Moroni a Bruno Enriotti
del 1 marzo 2010. [17]  Testimonianza di Pier Paolo Poggio all’autore e
di Bruno Enriotti contenuta nell’intervista citata. [18]  Nella stesura
di questa parte ci rifacciamo largamente, oltre che al testo di
Poggio-Manstretta apparso su «Primo Maggio» già citato, anche al saggio
di Giorgio Moroni «Prima del sessantotto» comparso nel volume
collettaneo Gli anni del sessantotto, Voci e carte dell’Archivio dei
Movimenti, a cura di Giuliano Galletta, Il Canneto Editore, Genova,
2017. Sull’esperienza della rivista «Democrazia Diretta» vedi
«Democrazia Diretta e i fatti del ’60», di Gianfranco Quiligotti, in
«Contemporanea», a. XIV, n. 2, aprile 2011. [19]  Nel 1962 saranno
espulsi anche Gianfranco Dellacasa, Massimo Mortillaro e Giorgio
Pedrocco, compagni che collaboravano strettamente con Gianfranco Faina.
[20]  Sul rapporto tra Gianfranco Faina e l’operaismo italiano vedi
L’operaismo degli anni sessanta, da Quaderni Rossi a Classe Operaia, a
cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, DeriveApprodi, Roma 2008. [21]
La traduzione curata da Bruno Maffi de Il Capitale: Libro I capitolo VI
inedito viene pubblicata per la prima volta in Italia dalla Nuova
Italia Editrice nel 1969, mentre il Frammento sulle macchine,
inizialmente pubblicato nella traduzione di Renato Solmi su «Quaderni
Rossi», 4, 1964, pp. 289-300, è contenuto nel secondo volume di
Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, tradotto
da Enzo Grillo e pubblicato per la prima volta in Italia, anch’esso con
La Nuova Italia Editrice, nel 1970. [22]  Vedi La rivolta di piazza
Statuto di Dario Lanzardo, Feltrinelli, 1979. [23]  Vedi su questo le
interviste di Anna Marsilii e Giorgio Moroni a Giorgio Pedrocco, Pino
Roggerone, Gianfranco Dellacasa ed Erminio Raiteri (2010-2012). [24]
Di lui Toni Negri scrive: «Ci incontrammo a Torino, ai Quaderni Rossi,
dove ci aveva raggiunto. Poi Faina se ne andò dai Quaderni Rossi ma ci
raggiunse di nuovo a Classe Operaia. Poi se ne andò da Classe Operaia,
ma continuavamo a vederci a Genova, dove mi invitava al circolo Rosa
Luxemburg. In Potere Operaio non entrò mai, ma ci raggiunse
nell’autonomia (in quella con l’a minuscola). Quando dico che
Gianfranco ci raggiungeva, non voglio maliziosamente far intendere che
lui capiva più tardi. Al contrario: lui spesso aveva ragione prima, noi
facevamo le cose poi e così ci rincontravamo. Non era difficile
reincontrarsi: Gianfranco era un intellettuale puro, non conosceva il
risentimento ma solo la chiarezza e la lealtà del rapporto di pensiero,
la forza dell’immaginazione, l’accordo sincero sulla prassi. Le
menzogne, le mezze verità, ed ogni genere di machiavellismo gli
facevano schifo» (lettera di Toni Negri a Giorgio Moroni, 2003). [25]
«Credo che fosse il ’61, Faina l’ho incontrato per la prima volta a
scuola. L’incontro è stato, non solo per me, ma anche per altri 2 o 3
ragazzi che erano lì, estremamente dirompente perché lui ha subito
messo in campo il tipo di interessi che stava coltivando, in
particolare quelli filosofici. Ci ha coinvolto da subito e messo alla
pari, adesso è una cosa che fa ridere magari, ma allora era una cosa
sconcertante. Discutevamo e di lì è venuto fuori il tipo di formazione
culturale che Faina aveva e le indicazioni di letture che ci dava. Ci
stimolava in maniera estremamente efficace, ma era anche esigente su
questo piano. Ci voleva far studiare anche se non gli importava nulla
del normale ritmo scolastico» (intervista di  Giorgio Moroni e Italo
Poma a Pier Paolo Poggio del 2 febbraio 2003). [26]  Testimonianza di
Claudio Costantini rilasciata ad Anna Marsilii e Giorgio Moroni. Luigi
Bulferetti, avviato allo studio della scienza e della tecnologia da
Ludovico Geymonat, verso la metà degli anni Sessanta promosse
l’istituzione della Cattedra di Storia della Scienza e della tecnica,
nonché la creazione di un Centro di Studio sulla storia della tecnica
in Italia. [27]  Del 1965 è invece l’uscita del suo volume Lotte di
classe in Liguria dal 1919 al 1922, Istituto storico della Resistenza
in Liguria, Genova. [28]  Il Circolo Rosa Luxemburg si costituisce a
Genova Sampierdarena nel 1966, inizialmente per difendere gli arrestati
del moto di piazza del 5 ottobre dello stesso anno; diventa subito un
centro di discussione che raccoglie intellettuali e operai dissidenti o
estranei alla linea del Pci e in esso si forma una leva di giovani
compagni che avranno un ruolo importante nel ’68 e ’69 universitario.
Nel novembre 1967, subito dopo la prima assemblea a Lettere, Faina
porta gli studenti di Balbi a partecipare alle iniziative del Rosa
Luxemburg, incluso uno sciopero all’Italsider. Molti stu­denti per la
prima volta volantinano davanti alla fabbrica, ci sono discussioni
durante tutto il turno con ira dei sinda­calisti (testimonianza di
Luigi Grasso e Mario Lippolis a Giorgio Moroni e Anna Marsilii). Tra il
dicembre 67 e gennaio del 1968 il Circolo partecipa al picchettaggio
davanti alla fabbrica Cressi Sub di Quinto per protestare contro il
licenziamento di operai che volevano costituire una commissione
interna. Ci sono 33 giorni di sciopero, al termine dei quali il
sindacato fa rientrare la protesta. Il Rosa Luxem­burg raccoglie
attraverso sottoscrizioni nelle fabbriche genovesi considerevoli somme
di denaro per consentire agli operai di proseguire lo sciopero. Per
tutto l’anno Faina, operando sia al Luxemburg (poi Lega Operai
Studenti) che all’Università, lavora con estremo impegno
all’organizzazione dell’intervento nelle lotte operaie. Nel 1968, dopo
i fatti della Cressi Sub, il Circolo assieme ad altri dà vita alla Lega
Operai Studenti, con sede sempre a Sampierdarena in via Rolando 10.
Vedi su questo anche «Prima del sessantotto» in Gli anni del
sessantotto, op. cit., nella nota 13, e gli altri due testi su Faina,
in particolare quello di Manstretta e Poggio, citati nella nota 2. [29]
 Vedi a questo proposito Ben venga maggio e ‘l gonfalon selvaggio! di
Mario Lippolis, edito a cura della Accademia dei Testardi, 1987,
Carrara. [30]  Vedi La critica radicale in Italia – LUDD 1967-1970»,
Nautilus, Torino, 2018; e «Storietta su Agaragar» in: Del terrorismo
come una delle belle arti, Storiette di Mario Perniola, Mimesis, 2016.
[31]  Vedi «Balbi 4» di Giorgio Moroni in Gli anni del sessantotto,
volume collettaneo a cura di Giuliano Galletta, op. cit. [32]  Così
suggeriscono Pier Paolo Poggio e Rinaldo Manstretta in «Gianfranco
Faina. Elementi di una biografia politica-intellettuale» apparso su
«Primo Maggio», n. 19-20 (1983-1984). [33]  Da una lettera di Gianfanco
Faina a Giorgio Guano dal carcere di Fossombrone (18 agosto 1979): «Io
ovviamente sono sempre il “professore”, una figura che mi perseguiterà,
credo, tutta la vita, coi suoi innegabili privilegi. A dire il vero
professo ben poco, sto anzi diventando un accanito giocatore di
tresette e di briscola, l’accoppiata d’obbligo; sto anche prendendo le
biografie dell’uno e dell’altro, qui ce ne sono di veramente
eccezionali, che dimostrano quanto possa essere indomabile l’essere
umano e di quanta capacità di soffrire sia capace senza darsi per
vinto, ciò nella prospettiva di ricostruire la storia del movimento
carcerario di questi ultimi vent’anni, un lavoro lungo ma avrò tempo,
pare».


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